Sono incensurati, sono traumatizzati dall'esperienza. È questa la motivazione con cui il giudice torinese Irene Giani libera i tre ultrà arrestati durante il finimondo scatenato a Torino contro la polizia sabato scorso in occasione del corteo dei centri sociali e della sinistra. Una decisione di stampo garantista che si inserisce nel solco di altri pronunciamenti della magistratura nei confronti dei protagonisti di violenze di piazza di ogni genere e in ogni città d'Italia. E che si pone in singolare contrasto con il trattamento che viene riservato dalla magistratura agli uomini delle forze di polizia quando sono loro a finire sotto tiro per i loro comportamenti in servizio. Messi uno di fronte all'altro, confrontati nei dettagli, i due elenchi - la lista degli estremisti trattati con i guanti e dei poliziotti finiti nel tritasassi giudiziario - lasciano stupiti, come se alle due categorie di indagati venissero applicati codici diversi.
La contraddizione più vistosa si vede proprio nei due casi recenti: la guerriglia di Torino e la sparatoria a Milano di domenica pomeriggio finita con il ferimento alla testa di un cinese da parte di un poliziotto. A finire sotto inchiesta a Milano per il reato di lesioni colpose è l'intero equipaggio del fuoristrada dei reparti speciali arrivato in via Cassinis dove l'uomo armato di pistola stava seminando il panico: è certo che a fare fuoco sull'immigrato è stato un solo agente, gli altri tre vengono incriminati anche loro per concorso nel reato del collega, in nome di una sorta di responsabilità collettiva, per avere dato un contributo indispensabile alla sua azione. E a Torino? I tre estremisti arrestati durante gli scontri vengono scarcerati anche se è provato che erano in piazza, che erano tra i black bloc, che hanno lanciato sassi, perchè - come scrive il giudice liberando Matteo Campaner "nessuno degli operanti posti nel raggio della sua azione veniva attinto o comunque in qualche modo ferito per effetto della sua condotta". Campaner per il giudice risponde solo del suo singolo sasso, del suo singolo mattone, non dell'uragano di pietre cui ha partecipato. Per tenerlo in carcere servirebbe che venisse identificato il sasso che ha colpito un agente, che vi si trovassero le sue impronte digitali. Il concorso con gli altri colpevoli per lui non vale, la responsabilità collettiva che porta a indagare i poliziotti a lui non viene contestata. E ancora: quando poliziotti e carabinieri che finiscono sotto inchiesta forniscono spiegazioni che il magistrato considera false vengono incriminati, e la bugia viene considerata un'aggravante. Invece Campaner dà al magistrato una versione dei fatti che lo stesso giudice considera "inficiata da vuoti logici e temporali", cioè del tutto inattendibile, eppure viene liberato. Tra i motivi, l'assenza di escoriazioni sulle mani con cui ha preso a pugni i poliziotti: per il giudice è la prova che li ha picchiati piano.
Nelle cronache di questi giorni, insomma, si incrociano due fenomeni già noti agli addetti ai lavori: l'indulgenza della magistratura nei confronti dei violenti di piazza, descritta con dettagli espliciti al Giornale dall'ex pm torinese Antonio Rinaudo, che ha parlato di "drammatica sottovalutazione" del pericolo costituito dai centri sociali; e sull'altro versante, l'incriminazione immediata, a volte con accuse da ergastolo, degli appartenenti alle forze dell'ordine indagati per operazioni di servizio. Sul primo fronte, gli esempi di sentenze indulgenti sono innumerevoli: assoluzioni, prescrizioni, reati derubricati. Le poche volte in cui le Procure scelgono di contestare agli antagonisti reati che possono portare a pene sostanziose - ovvero l'associazione a delinquere e la devastazione - sono i giudici ad azzerarle al momento della sentenza.
Invece nei confronti degli sbirri la mano dura non si ferma neanche davanti ai risultati delle indagini: per il carabiniere alla guida della "gazzella" che inseguiva due ragazzi in motorino, andati poi a schiantarsi contro un palo, la Procura di Milano ha ordinato una perizia che si è conclusa dicendo che il militare ha rispettato le regole. Risultato: il pm vuole mandarlo ugualmente a processo per omicidio colposo.