Draghi dribbla polemiche e liti. E chiede unità alla Lega (e al Pd)

Già derubricato lo scontro con il leader leghista non lo preoccupa la sfiducia Speranza del 28 aprile. Distacco pure dagli affondi di Letta su migranti e ius soli. La testa è sul Recovery

Draghi dribbla polemiche e liti. E chiede unità alla Lega (e al Pd)

Roma. Primo, non drammatizzare: un'ora in meno al bar, per due settimane, un dieci per cento di ragazzi in più a scuola, che sarà mai«Ma insomma, di che stiamo parlando?», si chiede il premier, si può minacciare una crisi per questi dettagli? Secondo, tenere il punto. Mario Draghi infatti non cede, non si spaventa per la rivolta dei governatori e non si scompone nemmeno quando Matteo Salvini alza ancora la posta. L'irritazione di mercoledì sera non è ancora stata derubricata anche se «il presidente è assolutamente sereno e concentrato sulle cose da fare», raccontano a Palazzo Chigi.

I mediatori sono in pista e lo strappo è in via di ricucitura, perché a metà maggio, se la curva della pandemia lo consentirà, i ristoranti potranno aprire fino alle 23 e sulle presenze a scuola il governo si muoverà con giudizio. «Vedremo caso per caso», spiega Mariastella Gelmini, il ministro per le Regioni incaricata di tenere i fili diplomatici e di parlare a nome del governo. La Lega fa il suo gioco, terrà alta la tensione, ma non romperà, non ora almeno. Non vuole più nemmeno, pare, la testa di Roberto Speranza. Mercoledì 28 il Senato voterà le tre mozioni di sfiducia nei confronti del ministro della Salute presentate da Fdi, Italexit di Paragone e dagli ex grillini di Alternativa c'è. Il Carroccio? Probabilmente si asterrà.

«Insieme, possiamo vincere questa sfida». Teleconnesso con Joe Biden e gli altri grandi della terra, Mario Draghi parla di ambiente, di surriscaldamento globale, di effetto serra, cioè di come salvare il pianeta, e forse allude anche alla sua di sfida, come salvare l'Italia. Insieme è la parola chiave, che va letta in due sensi. La collaborazione è necessaria e la discussione tra forze politiche così differenti è fisiologica, nessuno si scandalizza per certe asprezze o per l'obbligo di sventolare le bandierine identitarie. Però, una volta deciso, non si torna indietro, si va avanti con chi, insieme appunto, ci vuole stare. Il premier non ha alcuna intenzione di inseguire Salvini, di fare negoziazioni continue, «fuori sacco». Non si può stare contemporaneamente in maggioranza e all'opposizione.

Al tempo stesso sbagliano quanti da sinistra soffiano sul fuoco, provocando il leader della Lega e sperando che, roso dalla concorrenza in piazza di Giorgia Meloni è in calo nei sondaggi, decida di salutare la compagnia. Sbaglia anche Enrico Letta, quando rilancia lo ius soli e quando indossa la maglietta di Open Arms, se punta a costruire in Italia una maggioranza Ursula. Giochetti politici, scenari improbabili dai quali Draghi si tiene a doverosa distanza. Tutta la sua attenzione adesso è infatti puntata sul Recovery Plan, su come respingere le residue richieste dei partiti, che fino all'ultimo batteranno cassa, si come riuscire a spendere i soldi che arriveranno e far ripartire la crescita.

Quanto alla questione delle riaperture, per Palazzo Chigi il capitolo è chiuso, nel senso che il grafico del virus obbliga a navigare a vista. «Il fatto che nel decreto non sia stato riprogrammato il coprifuoco - dice la Gelmini - non significa che durerà fino al 31 luglio. Questa è una lettura distorta del provvedimento». Anzi, il ministro si dichiara «assolutamente certa che presto il tutti a casa alle 22 sarà solo un brutto ricordo». Il governo interverrà nelle prossime settimane con dei tagliandi. «Sulla base dei dati potremo modificare le misure», promette Elena Bonetti, ministro della Famiglia. C'è aria di un nuovo decreto, a metà maggio. «Entro quindici giorni», prevede Salvini. La crisi di mezzo aprile è già finita?