Draghi esasperato dalle beghe M5s impone l'agenda: subito la giustizia poi il dossier Covid

A Palazzo Chigi hanno perso la pazienza, e vogliono chiudere la partita sulla riforma della giustizia in settimana. Per poi dedicarsi, dalla prossima, al dossier Covid-scuola-trasporti

Draghi esasperato dalle beghe M5s impone l'agenda: subito la giustizia poi il dossier Covid

A Palazzo Chigi hanno perso la pazienza, e vogliono chiudere la partita sulla riforma della giustizia in settimana. Per poi dedicarsi, dalla prossima, al dossier Covid-scuola-trasporti. Prima di decidere su obbligo vaccinale per gli insegnanti, il governo vuole acquisire dati definitivi sulla campagna di immunizzazione: se fosse confermato che (con l'esclusione di alcune aree circoscritte) il 90% del personale scolastico risulta già vaccinato, potrebbe bastare l'obbligo di tampone per chi non lo è ancora.

Domani, accordo o non accordo, si andrà in aula: basta temporeggiamenti, risse e giochi al rialzo. Se l'accordo su alcuni minimi aggiustamenti si trova, bene. Altrimenti, con il voto di fiducia sul testo Cartabia, ognuno verrà messo davanti alle sue responsabilità, verso il paese e verso l'Europa che deve sganciare i soldi del Recovery e chiede un netto riassestamento del disastrato sistema giudiziario italiano.

A esasperare il premier è l'inconcludente stop & go con i Cinque Stelle, che continuano a bloccare la riforma per litigare tra loro. I grillini sono profondamente spaccati al loro interno («Hanno almeno tre posizioni diverse in Commissione Giustizia», dice la dem Alessia Morani), mentre il premier Conte, che non riesce ad imporre una sintesi e teme di perdere pezzi in aula, continua a rialzare la posta per allungare il brodo, nella speranza che tutto slitti e gli venga risparmiata la resa dei conti interna. Ma ad alimentare l'irritazione di Draghi sono stati anche i tentativi di Fi di introdurre nuove modifiche, e l'atteggiamento inconcludente del Pd. Che dopo aver assicurato al governo di attivarsi per riportare gli alleati grillini alla ragione, ha mollato completamente la partita nelle mani di Conte. «Un capolavoro: così Letta e i dem sono spariti, e hanno legittimato l'aspirante capo di M5s a trattare per loro conto con il governo, come unico rappresentante del centrosinistra», dice un esponente dell'esecutivo.

Ieri una riunione di maggioranza con la ministra Cartabia non è servita a fare passi avanti. Per questo Draghi ha deciso di concentrare tutta la sua attenzione, nelle prossime ore, sulla chiusura del dossier giustizia e sulla trattativa con la maggioranza. «Tutta» la maggioranza, spiegano i suoi: Conte è suo interlocutore (per ora inutilmente) al pari di tutti gli altri partiti. E ieri - forse anche per chiarire plasticamente che nessuno, neppure gli ex inquilini di Palazzo Chigi, deve illudersi di avere un potere di veto maggiore- il premier ha incontrato il leader della Lega Matteo Salvini. Un incontro, dicono da entrambe le parti, andato «molto bene», e che sembra aver sanato la ferita del duro giudizio del premier sulle velleità anti-vax del leghista. Il quale ostenta soddisfazione perchè «non ci saranno ulteriori restrizioni» delle misure anti-Covid, incassando il rinvio delle decisioni sulla scuola, e assicura la propria piena «lealtà» al governo, a cominciare dal capitolo giustizia, sul quale «stiamo lavorando con la ministra Cartabia, e siamo pronti ad accettare le proposte del premier. Non quelle dei Cinque Stelle».

Un segnale che va proprio nella direzione voluta da Draghi: eventuali modifiche («minime» e «tecniche», insistono dal governo) al testo già votato all'unanimità in Cdm, dovranno «ottenere la medesima unanimità». Ossia: Conte non si sogni di poter piantare, a scapito degli altri partiti, le sue bandierine propagandistiche nel tentativo di tener buoni i suoi, perchè altrimenti si torna al testo originario, approvato dai ministri grillini. Del resto, che la fronda contiana in Parlamento non faccia gran paura lo ha dimostrato il voto di ieri in Senato. Nella fiducia al decreto Recovery, su cui l'ex premier voleva mandare «un segnale» al governo anche sul tema giustizia, sono mancati i voti di nove contiani di ferro (da Crimi a Taverna a Petrocelli), assenti ingiustificati. Troppo pochi anche per farsi notare. «Parlamento e governo non possono essere ostaggio dei veti di M5s. Si vada avanti con chi ci sta, sul testo Cartabia», dice Enrico Costa di Azione. Gli fa eco il sottosegretario radicale agli Esteri Benedetto Della Vedova: «É inaccettabile che M5s stia con Draghi scommettendo sul suo insuccesso. La riforma Cartabia va portata a casa così com'è».

Immagine strip mobile Immagine strip desktop e tablet

Commenti