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Il Dragone ridotto a una tigre di carta. Stop alla conquista dell'America Latina

L'attacco a Caracas rallenta il progetto di espansione economica e politica di Xi

Il Dragone ridotto a una tigre di carta. Stop alla conquista dell'America Latina
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In Sudamerica il Dragone cinese deve rassegnarsi a restare una tigre di carta. La deportazione negli Usa dell'"alleato" Nicolás Maduro oltre a sottrargli quell'80 per cento della produzione di greggio venezuelano che Pechino, forte dei proprio crediti, s'aggiudicava a prezzi da saldo rappresenta anche un vigoroso stop ai suoi piani di espansione.

Piani tutt'altro che segreti. Ad esporli ci aveva pensato, lo scorso maggio, lo stesso presidente Xi Jinping enunciando le cinque parole d'ordine (Solidarietà, Sviluppo, Civilizzazione, Pace, Connettività) indispensabili, a suo dire, per conquistare cuori e menti di governanti e popolazioni di 33 paesi latinoamericani. Piani ribaditi orgogliosamente dal "Global Times" (il quotidiano online in lingua inglese di Pechino) dopo la pubblicazione, ai primi di dicembre, di quella Strategia di Sicurezza Nazionale Usa che punta ad arginare l'espansione cinese in America Latina e prevede un aggiornamento della Dottrina Monroe per difendere il cosiddetto "cortile di casa".

Nei piani di Xi Jinping il Dragone dovrebbe, invece, sfruttare a proprio vantaggio i drastici tagli negli aiuti ai Paesi latinoamericani imposti dall'amministrazione Trump. Insinuandosi nel buco strutturale creato da quei tagli e sventolando la bandiera della "solidarietà" la Cina punta a incrementare uno scambio commerciale con l'America Latina che ha raggiunto i 518 miliardi di dollari e sorpasserà i 700 entro il 2035. La voce "sviluppo prevede, invece, la penetrazione tecnologica nei settori delle telecomunicazioni, dell'energia verde delle materie critiche e dei veicoli elettrici. Tutti settori estremamente sensibili per un'amministrazione Usa già preoccupata dalle mosse di Huawei, l'azienda cinese che in Cile s'è aggiudicata, grazie alla vendita del proprio sistema 5G, il totale controllo di telecomunicazioni e centri data.

Sempre alla voce "sviluppo" fanno paura i piani per l'affitto di immensi territori del Sudamerica da destinare alla coltivazione intensiva di soia e altri prodotti agricoli. Una vera spada di Damocle sospesa sulla testa di quei coltivatori del Midwest statunitense che a causa delle tensioni doganali hanno già visto crollare le esportazioni di soia verso la Cina. E ancor più inconciliabili con l'attualizzazione della Dottrina Monroe voluta da Trump appare la cosiddetta strategia dei "porti amici", ovvero i piani per la creazione di una rete d'infrastrutture marittime, come il porto di Chancay in Perù o i terminal attorno al canale di Panama, che garantirebbero alla Cina un'egemonia commerciale accompagnata da una penetrazione militare e d'intelligence.

Piani resi ancor più insidiosi dai progetti di collaborazione con i Paesi sudamericani per l'intensificazione della presenza nell'Antartico ed in uno stretto di Magellano crocevia dei traffici marittimi internazionali. E ad aumentare l'insofferenza dell'Amministrazione Trump s'aggiungono i fondi, previsti alla voce "pace", che ogni anno regalano un viaggio in Cina a 300 politici sudamericani graditi a Pachino. Viaggi premio che agli occhi di Washington rappresentano un evidente tentativo d'influenzare le tornate elettorali del 2026 in Brasile Perù, Colombia e Costarica. Oltre a quelle del 2027 in Argentina e Guatemala.

Tutti piani che rischiano però di venir seriamente ridimensionati da un blitz americano a cui il Dragone ha saputo opporre, fin qui, solo inconsistenti condanne verbali. Un po' poco per garantirsi la fiducia di un Sudamerica quanto mai consapevole, dopo venerdì notte, di non poter più ignorare la potenza politica e militare dell'America di Donald Trump.

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