Il dovere di ammettere l'errore

I giudici sono più credibili se riconoscono di avere sbagliato

Il dovere di ammettere l'errore

I magistrati Lo Voi e Ingroia se la sono presa con la Corte europea dei diritti dell'uomo che ha condannato l'Italia per il processo e i dieci anni inflitti a Bruno Contrada per concorso esterno in associazione mafiosa e per l'invito al suo risarcimento. La reazione è comprensibile e persino giustificabile: a nessuno piace sia giudicato il proprio lavoro, tanto meno se esercitato «in nome del popolo italiano», la qual cosa mette in discussione addirittura una delle funzioni più importanti dello Stato. Meno giustificabile e comprensibile è, peraltro, la giustificazione addotta: che una sentenza vada rispettata è fin troppo ovvio, ma che non debba essere valutata nel merito è qualcosa che va oltre l'ovvietà. E qui, come si suol dire, casca l'asino. Una sentenza è il prodotto di un processo, cioè è una verità giudiziaria, frutto di un dibattimento; non è una Verità assoluta, non è il giudizio di Dio. Pertanto, è rispettabile – ci mancherebbe - ma rimane valutabile come qualsiasi altra verità relativa frutto dell'azione umana. Poiché gli uomini si sbagliano, possono sbagliarsi, è naturale che anche dei magistrati si possano sbagliare ed è del tutto ovvio si possano valutare le loro sentenze; che lo possa poi fare una istanza giurisprudenzialmente superiore, e di garanzia, come la Corte europea dei diritti dell'uomo, è poi nell'ordine delle cose nel mondo moderno. Se no, che ci sta a fare e quali garanzie si hanno se non può valutare il merito delle sentenze?

Come si vede, la questione non mette in discussione l'autonomia della magistratura, né, tanto meno, ne mette in dubbio la funzione. È una questione filosofica, se vogliamo, di filosofia del diritto o, se si preferisce, procedurale. Se ne rispetti, dunque, l'autonomia, le si riconosca l'alta funzione che esercita, ma non se ne trasformino le sentenze, da parte degli stessi interessati, in una verità indiscutibile, una sorta di giudizio di Dio. Come tutti gli uomini, anche dei magistrati si possono sbagliare, e qualche volta si sbagliano. Organi come la Corte europea dei diritti dell'uomo, sul piano sovrannazionale, o la Cassazione, su quello interno, sono previsti e svolgono un ruolo proprio come garanzia contro l'errore.

Se anche i magistrati entreranno in quest'ordine di idee - abbandonando quella certa presunzione di infallibilità che affiora non di rado dalle loro stesse dichiarazioni - a guadagnarne, oltre la maggiore credibilità del sistema, sarebbe la stessa magistratura. Che non sarà più esposta alle critiche cui essa è sottoposta anche quando ha ragione.

Mi rendo conto che il mio suggerimento non sia facilmente accoglibile da parte di chi è perennemente chiamato ad assolvere la delicata – «terribile», la chiama Montesquieu – funzione di giudicare. Ma mi pare anche la sola soluzione di un problema che, altrimenti, minaccia di minare la legittimità e la credibilità della nostra giustizia. Personalmente, sono contrario alla responsabilità civile del giudice e penso che essa dovrebbe essere fatta risalire al sistema giudiziario nel suo complesso, cioè allo Stato. Così come è chiamato a giudicare, le sue sentenze dovrebbero essere sempre esposte al giudizio di merito ed esso stesso esserne chiamato eventualmente a risponderne, in caso di errore, compreso il risarcimento dei danni che ne deriverebbero.

Capisco anche che, in tal modo, si creerebbe un'altra burocrazia alla quale, per di più, sarebbe devoluto il compito di esprimersi su una materia tanto sensibile. Se qualcuno ritiene improponibile il suggerimento e ha di meglio da suggerire, lo dica...

piero.ostellino@ilgiornale.it

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