Duri con le imprese. Generosi con i mafiosi

I boss smacchiano vecchie colpe. Gli imprenditori ricevono nuove sanzioni. Le porte delle carceri di questi tempi sono girevoli, le sedie su cui protestavano i ristoratori milanesi, invece, sono lo specchio della loro solitudine

Duri con le imprese. Generosi con i mafiosi

I boss smacchiano vecchie colpe. Gli imprenditori ricevono nuove sanzioni. Le porte delle carceri di questi tempi sono girevoli, le sedie su cui protestavano i ristoratori milanesi, invece, sono lo specchio della loro solitudine. Due pesi e due misure: è una vecchia storia. Ma forse non è nemmeno così: è peggio. Lo Stato si mostra debole e bizantino e non sai se sia più il primo o il secondo. I soldi della cassa integrazione non arrivano o si vedono col contagocce, le previsioni per i prossimi mesi sono un cimitero per la piccola industria, per il turismo, per i negozi, per miriadi di insegne che hanno fatto la storia di questo Paese, ma le leggi sono le leggi. Se gli chef e i loro patron sono preoccupatissimi per un futuro che non c'è più e portano la disperazione in piazza, allora scatta l'assembramento e sono 400 euro di multa. E se una società ha un debito microscopico con l'Inps, l'ente previdenziale non dimentica e dopo sei anni, come è successo a Varese in piena emergenza, recapita un avviso di pagamento di 3 centesimi. Zero virgola zero tre euro. Salvo poi, per fortuna, fare marcia indietro e annullare il grottesco balzello.

Lo stesso Stato, dopo aver subito rivolte e devastazioni nei penitenziari, si lascia sopraffare da malattie, acciacchi, paura da Covid e manda a casa 376 mafiosi di primo, secondo e terzo livello. Inutile inseguire una strategia che purtroppo non c'è. Si vive alla giornata, mettendo una pezza su un'altra pezza, fino a creare puzzle scomposti. Meccanismi contorti e farraginosi per tirare fuori dal fango l'imprenditoria che lotta per sopravvivere; sovraffollamento cronico e mali endemici nel mondo dei detenuti. Così quando scoppia il Coronavirus, le istituzioni, che già faticano a dialogare fra di loro, vanno in tilt, padrini e gregari - una manciata addirittura dal 41 bis - si lasciano alle spalle sbarre e portoni.

Strano Paese il nostro: a voler essere garantisti, non proprio un dettaglio, malattie e problematiche certificate tre o quattro settimane fa non dovrebbero dissolversi nel passaggio dalla fase uno alla fase due del lockdown. Eppure il senso unico è stato invertito: prima tutti in uscita, ora tutti in cella. Suscitando ulteriori perplessità perché la toppa è peggiore del buco e perché i problemi non se li porta via un tappeto magico ma sono sempre lì: le pene alternative che non funzionano, il lavoro esterno che latita, la condanna che - spesso e volentieri - non è certa.

Mali antichi e antiche piaghe. Con risultati paradossali e sconfortanti: avvilire la parte migliore del Paese, quella che ancora spinge tutti quanti verso il benessere e ci tiene in corsa con l'Occidente più avanzato, trasformare la richiesta, di per sé sacrosanta, della detenzione domiciliare in una lotteria dei sospetti. Due pesi e due misure. Martedì scorso, in collegamento con DiMartedì, il Nobel Joseph Stiglitz ha esortato: «Non sprechiamo la crisi». Ma così, non si va lontano. Si va solo a fondo.

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