Ecco la riforma Cartabia: il pm che diventa politico lascerà la toga a vita

Via libera del governo: stop di 3 anni per chi si candida ma non viene eletto e per chi viene chiamato a coprire incarichi di governo. Csm, nuovo sistema elettorale

Ecco la riforma Cartabia: il pm che diventa politico lascerà la toga a vita


A quasi tre anni dallo scandalo Palamara che ha travolto la magistratura e il Csm il governo Draghi approva in consiglio dei ministri la riforma dell'ordinamento giudiziario definita «ineludibile» per ricostruire la fiducia dei cittadini verso la giustizia. Cambiano le regole di elezione del Consiglio superiore della magistratura, e appena in tempo per il rinnovo di quello attuale che scade a luglio. Ma soprattutto si chiudono in modo deciso, con una modifica in extremis per non spaccare la maggioranza, le porte girevoli tra magistratura e politica, con una stretta anche sugli incarichi non elettivi. L'obiettivo è impedire che i magistrati entrati in politica n qualsiasi forma tornino a svolgere funzioni giurisdizionali.


Sarà vietato esercitare contemporaneamente le funzioni e ricoprire incarichi elettivi e governativi, anche a livello locale (c'è l'aspettativa obbligatoria senza assegno). I magistrati che decidono di presentarsi alle elezioni non potranno farlo nella regione in cui hanno esercitato da giudici o pm nei tre anni precedenti. E una volta concluso il mandato non potranno più tornare a esercitare la funzione, saranno collocati fuori ruolo presso il ministro della Giustizia o altre amministrazioni. Non sarà più possibile, per esempio, una candidatura come quella di Catello Maresca alle ultime comunali di Napoli, la stessa città dove era anche sostituto procuratore. E non sarà più possibile le nemmeno la condizione attuale di Maresca, giudice di corte d'appello a Campobasso e consigliere comunale a Napoli.
Non potranno, ed è questa la modifica più stringente inserita nelle ultime ore, tornare a vestire la toga i magistrati che hanno ricoperto incarichi di governo non elettivi per almeno un anno. Norma che si applica solo agli incarichi futuri (esclusi dunque il sottosegretario alla presidenza del consiglio Roberto Garofoli e la ministra Luciana Lamorgese, entrambi giudici amministrativi, finiti nel mirino di accuse incrociate). I magistrati che si candidano ma non vengono eletti non potranno svolgere per tre anni funzioni giurisdizionali. Il divieto dei tre anni vale anche quelli chiamati ad incarichi di vertice nei ministeri, come i capi di gabinetto, i segretari generali e i capi dipartimento, i cosiddetti fuori ruolo.


Considerata l'unico antidoto allo strapotere delle correnti, la modifica del sistema elettorale del Csm firmata da Cartabia delude chi premeva per il sorteggio - Lega e Forza Italia e parte del mondo giudiziario. Il sistema elettorale sarà misto, basato su collegi binominali maggioritari e 5 seggi proporzionali. Dagli attuali 24 membri del Csm si ritorna come in passato a 30 membri: 20 togati - di cui 5 pm, 13 giudicanti e due magistrati di legittimità - e 10 laici eletti dal Parlamento. I togati vengono eletti con modi diversi: per i due posti di legittimità c'è il collegio unico binominale maggioritario. Per i 5 pm quattro vengono eletti in due collegi binominali, il quinto si individua nel più votato in percentuale. Dei 13 giudicanti otto vengono eletti con sistema maggioritario e cinque con proporzionale.


Arrivano i paletti per tentare di arginare uno dei mali per eccellenza dello strapotere delle correnti: le nomine dei vertici delle Procure su logiche di spartizione e a «pacchetti» concordati. Per questo ora gli incarichi direttivi andranno assegnati rispettando il rigoroso ordine cronologico delle scoperture, un modo per scongiurare logiche di spartizione. Gli atti dovranno essere pubblicati sul sito del Csm e per i candidati, esaminati sul curriculum, è prevista l'audizione obbligatoria. I criteri di valutazione saranno ricondotti ai principi generali di capacità organizzative e merito, e non di anzianità.


Forza Italia chiede modifiche in Parlamento, continua a premere per il sorteggio ma anche sulla separazione delle carriere. Un tema - oggetto di uno dei quesiti referendari - che non è stato toccato dall'emendamento del governo. In aula si discuterà dunque sul testo del ddl Bonafede, che riduce la possibilità di cambiare funzioni fra requirenti e giudicanti per due volte in tutta la carriera, rispetto alle quattro attuali. Un emendamento dell'azzurro Zanettin chiede che sia ridotta a una sola volta. La palla all'assemblea.

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