Ecco il testamento degli Azov. "Mariupol, uccisi 25mila civili ma la resa non è un'opzione"

"Combatteremo fino alla fine per difendere l'Ucraina"

Ecco il testamento degli Azov. "Mariupol, uccisi 25mila civili ma la resa non è un'opzione"

«Combatteremo fino alla fine per difendere l'Ucraina». Il battaglione Azov, asserragliato da oltre due mesi nelle acciaierie Azovstal e diventato il simbolo della resistenza ucraina a Mariupol, non cede nemmeno di fronte all'imminente assalto finale di Mosca. Non vuole saperne dei negoziati («non possiamo parlare con questi animali, il nostro obiettivo è eliminare la minaccia») e chiede più aiuti («abbiamo bisogno del supporto unito di tutti i governi europei»).

Nonostante la situazione catastrofica all'interno dell'impianto e i russi che nelle ultime ore sono tornati ad attaccare, rafforzando anche le postazione per il fuoco di artiglieria e dei cecchini sulla collina delle scorie dell'acciaieria, i soldati di Azov ribadiscono che «arrendersi non è un'opzione»: «La resa è inaccettabile. Non possiamo fare un così grande regalo al nemico», dice il capitano Svyatoslav Kalina Palamar nel corso di una conferenza stampa on line. Sanno bene che essere catturati vorrebbe dire morire e anche che potrebbero essere eliminati in qualsiasi momento. Per questo «provano a vivere con onore» fino alla fine: «Non sprecate i nostri sforzi perché stiamo difendendo il mondo libero a un prezzo molto alto», supplica Palamar rivolgendo un appello alle istituzioni: «Negli ultimi due mesi e mezzo abbiamo dimostrato che possiamo fare cose impossibili. Il nostro obiettivo è difendere la vita delle persone. Ora voi governi fate il vostro dovere, insegnate agli altri a fare cose impossibili. Abbiamo lottato contro un nemico superiore, molto più forte di noi. Ora noi dobbiamo difendere il Paese, non esportare la guerra ma aiutare gli altri a difendersi». Il capitano del battaglione racconta che le forze russe stanno continuando a bombardare l'area e cercano di fare irruzione nell'impianto». Per il responsabile dell'intelligence del reggimento Azov, Ilya Samoilenko, finora più di 25mila persone sono morte a Mariupol, in gran parte civili. Per quanto riguarda la presenza di civili nell'acciaieria, nonostante il presidente Volodymyr Zelensky abbia reso noto che ne sono stati evacuati oltre 300 e il vice primo ministro ucraino, Iryna Vereshchuk, abbia confermato che tutte le donne, i bambini e gli anziani siano stati tirati fuori da Azovstal, il battaglione assediato non conferma che l'operazione umanitaria sia stata portata a termine. Chi è restato a Mariupol continua a vivere nel terrore: «Durante la notte i russi sparano con i missili Grad contro il centro e i civili devono cercare un posto dove nascondersi», racconta Samoilenko. Ma difendere la città è un «dovere» per Azov: «Si può combattere in due modi: come si può e come si deve. Noi difenderemo Mariupol come dobbiamo». Non tutti, però, avrebbero avuto la stessa determinazione. «Il comandante delle 36a brigata dei marines ucraini, Vladimir Baranyuk, si rifiutò di rispettare l'ordine e decise di fuggire dall'assediata Mariupol, portando con sé persone, carri armati e munizioni», accusa l'ufficiale dell'intelligence. Anche se il morale all'interno dello stabilimento è ancora alto e non mancano le munizioni, ci sono «molti soldati feriti». «Aiutateci ad evacuarli», chiede Palamar. Uno dei medici militari intrappolato nell'impianto ha scritto ha scritto alla moglie, anche lei medico militare, che «molti feriti sono in gravi condizioni, senza medicine, e che cibo e acqua si stanno esaurendo».

Un appello al mondo per salvare i combattenti è stato lanciato dalla moglie del comandante del reggimento Azov, Denis Prokopenko: «Non dobbiamo perdere la speranza di salvare i nostri mariti. Bisogna farlo usando tutti i modi possibili».

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