"Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa. E lo dico da persona che sostiene con forza la necessità che Italia ed Europa facciano di più per difendersi". Neanche due settimane fa, Giorgia Meloni aveva deciso di mettere nero su bianco con una lettera a Ursula von der Leyen la sua richiesta di estendere la deroga al Patto di stabilità per le spese di difesa anche a quelle energetiche, chiedendo formalmente a Bruxelles una maggiore flessibilità per far fronte alla crisi energetica dovuta al conflitto in Iran e al blocco dello Stretto di Hormuz. Una mossa che aveva fatto seguito a settimane di pressing diplomatico da parte di Roma, già emerso nel corso del Consiglio europeo informale di Cipro dello scorso aprile. E ieri, ospite su Canale5 della trasmissione Mattino Cinque, la premier è tornata sul punto, ribadendo le sue enormi perplessità sull'attivazione del programma Safe - lo strumento finanziario dell'Ue per sostenere le spese di difesa aerea, missilistica e informatica - senza contestualmente far fronte ai prezzi dell'energia costantemente alle stelle dopo che Stati Uniti e Israele hanno deciso di attaccare l'Iran.
Per questo, ribadisce Meloni, "lavoriamo perché si trovi un accordo" per "attenuare l'impatto della crisi su famiglie e imprese" e su questo fronte "continuiamo a essere molto impegnati a livello diplomatico". Il problema, però, resta capire su quali risorse muoversi. Mentre la premier continua a frenare le pressioni del ministro della Difesa Guido Crosetto che vorrebbe attivare il Safe al più presto, il vicepresidente della Commissione Ue Raffaele Fitto ha scritto ai Ventisette spiegando che per affrontare il caro-prezzi si possono utilizzare i fondi della politica di Coesione. Scenario che non convince affatto l'ungherese Kata Tutto, presidente del Comitato europeo delle Regioni, l'assemblea dell'Ue che rappresenta gli enti locali e regionali di tutti gli Stati membri. "Indicare i fondi di Coesione come bancomat di emergenza - replica Tutto - trasforma la politica di investimento in un'aspirina politica. La parte migliore? Questi fondi sono già stati impegnati". La risposta di Fitto non si fa attendere: "Sono sorpreso. Non c'è nessun bancomat e soprattutto Bruxelles non obbliga nessuno: decidono Stati e Regioni sulla base delle esigenze reali dei territori".
Nonostante le divergenze in Europa, però, Meloni sembra cautamente ottimista sul fatto che "l'interlocuzione in corso" tra Italia e Ue possa portare a un accordo "il prima possibile". Perché, dice, davanti a una crisi di questa portata "non possiamo pensare che i singoli governi siano in grado di rispondere con gli strumenti ordinari". "Ci stiamo battendo, speriamo di avere qualche apertura. Voglio essere ottimista", le fa eco il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Per quanto riguarda il programma Safe, aggiunge il vicepremier, l'Italia chiederà meno dei 15 miliardi di euro di prestito già annunciato perché "non è il momento" adatto. Il governo, insomma, si farà carico solo dei progetti "per i quali ci sono già contratti firmati e non si possono non realizzare".
A prescindere dalla flessibilità europea, Meloni fa comunque sapere che per far fronte alla crisi energetica "i provvedimenti del governo saranno puntuali", come è accaduto con il taglio delle accise che "è servito per non far aumentare i prezzi e l'inflazione". Infine, come misura di strutturale e di lungo periodo, la premier ribadisce l'intenzione di andare avanti con il nucleare. "Qualche decennio fa - dice - questa nazione ha deciso di rinunciare all'energia nucleare e lo abbiamo pagato. Questo governo ha avuto il coraggio di riaprire il capitolo, perché il nucleare è il modo più pulito ed efficace per abbassare i prezzi".
Il 3 giugno comincerà la discussione alla Camera della legge delega sul nucleare e, dice il ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, "confido che nei due giorni di dibattito si concluda la prima lettura" per poi "passare subito in Senato".