L'Italia aspetta Bruxelles, ma intanto fa i conti con una realtà che a Palazzo Chigi conoscono bene: senza una svolta europea sul caro energia, i margini di intervento restano estremamente ridotti. La risposta della Commissione europea è attesa per mercoledì nell'ambito del Pacchetto di primavera del Semestre europeo, mentre il passaggio politico successivo sarà quello del Consiglio Ue. Fino ad allora il governo continua a premere per ottenere maggiore flessibilità.
Giorgia Meloni e il ministro dell'economia Giancarlo Giorgetti non si fanno illusioni. La richiesta italiana è nota: estendere alla crisi energetica la clausola di salvaguardia già utilizzata per consentire maggiori spese nel settore della difesa. Una richiesta che nasce da un dato di fatto. Esistono Paesi che dispongono di ampi margini di bilancio e possono sostenere famiglie e imprese attraverso deroghe agli aiuti di Stato. Altri, come l'Italia, quei margini non li hanno.
È proprio questo il punto sollevato dal ministro per gli Affari Ue Tommaso Foti, secondo cui "ci aspettiamo che l'Europa riconosca la gravità della situazione". Per il ministro "la crisi energetica è almeno altrettanto grave quanto quella della difesa" e il nuovo Patto di stabilità contempla la possibilità di superare alcuni vincoli in presenza di emergenze straordinarie. A Bruxelles, però, prevale l'orientamento secondo cui l'impennata dei prezzi energetici non configuri, almeno per ora, una crisi generalizzata dell'intera Unione tale da giustificare nuove deroghe.
Da qui nasce il piano promosso dal vicepresidente esecutivo Raffaele Fitto, che ha invitato governi e Regioni a valutare una rimodulazione volontaria delle risorse della Coesione e del Pnrr per affrontare l'emergenza energetica. Si tratta, al momento, dell'unica vera apertura arrivata da Bruxelles. Ma è anche una strada che presenta limiti molto precisi. Sul fronte del Pnrr gli spazi residui sono minimi. Lo stesso Foti ha ammesso che "i progetti sono tutti in essere e gli spazi sono molto limitati" e che si stanno verificando eventuali margini residui, ma "parliamo di briciole". Le stime più accreditate indicano una disponibilità compresa tra 1 e 1,5 miliardi di euro derivante da progetti che non riuscirebbero a rispettare la scadenza del 30 giugno.
Più consistente appare il potenziale della politica di coesione. Secondo i dati della Ragioneria generale dello Stato, nella programmazione 2021-2027 risultano ancora non impegnati circa 21,5 miliardi di euro. Tuttavia questo non significa che tali risorse possano essere utilizzate liberamente. Anzi. Bruxelles vieta espressamente l'impiego dei fondi strutturali per finanziare misure generalizzate come il taglio delle accise o la riduzione indiscriminata delle bollette. Questo, però, non significa che non si possano recuperare almeno 4-5 miliardi. Solo che andrebbero impiegati per sostegni alle famiglie vulnerabili, aiuti alle imprese energivore, investimenti per l'autoproduzione energetica o strumenti finanziari dedicati.
Per questo il governo si trova davanti a un passaggio delicato. Il sostegno oggi in vigore scade il 6 giugno e, una volta che si attingerà al nuovo extragettito Iva, sarà poi difficile replicare interventi di ampia portata.
Se dal Consiglio Ue non dovessero arrivare aperture significative, l'Italia rischia di dover attendere l'autunno, quando una possibile revisione al ribasso del rapporto deficit/Pil potrebbe alleggerire il quadro della finanza pubblica e consentire una rimodulazione più favorevole del percorso di rientro.