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"Ero a Torino e sentii la scossa. Non potrò mai dimenticare il tragico paesaggio che trovai"

L'ex portiere della Nazionale Dino Zoff, friulano doc: "I miei genitori dormirono in strada come altre migliaia di persone. Fu un'ondata di umanità"

"Ero a Torino e sentii la scossa. Non potrò mai dimenticare il tragico paesaggio che trovai"
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Nel ricordo di Dino Zoff, una delle figure più importanti della storia del nostro sport, simbolo e icona di un calcio diverso, il tempo non attenua le immagini del terremoto del Friuli del 1976. Le rende forse più nitide, più essenziali, come certe fotografie che restano impresse nella memoria. A cinquant'anni da quella tragedia, il suo racconto conserva il tono sobrio che lo ha sempre contraddistinto, dentro e fuori dal campo.

"Ero a Torino", ricorda l'allora portiere della Juventus, una vita da calciatore in bianconero e una esperienza importante nella Lazio come allenatore e presidente fino alla scelta di rimanere a vivere a Roma. "Andai in Friuli soltanto qualche tempo dopo e mi trovai di fronte quel tragico paesaggio che non potrò mai dimenticare". Non fu colpita direttamente la sua famiglia, ma la sua comunità e la sua terra: "I miei genitori lo sentirono chiaramente e dormirono in strada come altre centinaia di migliaia di persone. Ma scelsero di non allontanarsi dalla propria casa".

La memoria, per Zoff, è fatta di contrasti netti, quasi irreali: "Una muraglia era in piedi e dieci metri più in là era crollata". Un'immagine capace di restituire tutta la violenza del sisma e il senso di smarrimento che ne seguì. Anche a distanza, quella scossa arrivò fino a lui: "Abitavo al sesto piano a Torino, ma sentii comunque con forza la vibrazione del terremoto anche in Piemonte".

Eppure, accanto alla distruzione, ciò che più lo colpì fu la reazione della sua gente. "Fu quella classica dei friulani: il dolore non troppo esposto, ma soprattutto il desiderio di ricostruire". Con una scelta precisa: rimettere in piedi ciò che c'era, senza stravolgere luoghi e abitudini. "La gente non aveva alcuna voglia di vivere in case diverse da quelle in cui era cresciuta".

In quel contesto emerse anche un'altra forza: la solidarietà. "Nella mia memoria è rimasta quell'ondata di umanità che interessò la nostra terra, con un'operazione che coinvolse tanti italiani ma anche tanti stranieri, tanti Paesi vicini". Un aiuto diffuso, concreto, che accompagnò non solo l'emergenza ma anche la lunga fase della ricostruzione.

Nel racconto di Zoff non c'è spazio per l'enfasi. Piuttosto una riflessione: "Bisogna goderci ogni attimo, perché può sempre capitare qualcosa che stravolge tutto". Parole pronunciate con la stessa misura con cui difendeva la porta: in maniera essenziale e senza fronzoli.

Così, a mezzo secolo di distanza, il ricordo si concentra soprattutto su una comunità capace di reagire senza perdere se stessa. E nella voce di uno dei suoi figli più illustri, quella memoria continua a vivere nella dignità e nella forza.

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