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Un errore pensare a Cernobyl. Serve più coraggio

Per Torlizzi e Martin paghiamo un deficit di comunicazione

Un errore pensare a Cernobyl. Serve più coraggio
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Il nucleare nel nostro Paese è un argomento pruriginoso. Reduci dalla paura dello scoppio della centrale di Cernobyl 1986, sembra impossibile dialogare sulla questione senza assumere posizioni ideologiche. Ci hanno provato Marco Lombardo assieme a Gianclaudio Torlizzi, esperto di materie prime e fondatore di T-Commodity, e Piero Martin, professore ordinario di fisica sperimentale all'Università di Padova durante l'evento Il Sacro Graal dell'energia, organizzato da Il Giornale e Moneta.

Si parte dalla geopolitica. "C'è un aspetto poco noto - ha osservato Martin -. L'inizio dell'invasione dell'Ucraina da parte della Russia del 2022 coincideva con il giorno in cui l'Ucraina aveva programmato il collaudo finale per il distacco della propria rete elettrica da quella russa e bielorussa, in vista della successiva integrazione con la rete europea". A dimostrazione di come le vicende belliche siano correlate alla dipendenza energetica. Tuttavia "manca il coraggio, da parte delle classi dirigenti, di affrontare l'opinione pubblica e spiegare che, senza investimenti strategici, la nostra vulnerabilità rischia di aumentare", ha commentato Torlizzi. "Basta una crisi come quella di Hormuz per rimettere in discussione la tenuta economica del nostro sistema industriale". La sicurezza economica, infatti, non è tanto un problema di carenza quanto di prezzo.

Il nucleare sconta ancora un deficit di comunicazione: il primo pensiero corre appunto Cernobyl. Proprio per questo, secondo Martin, occorre ripensarne il significato: "Nucleare nasce come aggettivo scientifico, non è né buono né cattivo". Una storia che affonda le radici anche in Italia, se si considera che il primo convegno internazionale di fisica nucleare, nel 1930, si tenne a Roma. "Questa energia ha molti aspetti positivi: qualsiasi ospedale dispone di un reparto di medicina nucleare". Alla luce dei recenti sviluppi geopolitici che coinvolgono Usa e Iran, è tempo di comprendere quali siano le nostre dipendenze, inclusa quella nel settore della difesa. Il paradigma su cui si sono rette le relazioni internazionali negli ultimi decenni è ormai superato. Eppure, ogni fase di disordine porta con sé anche opportunità.

Il potenziale per l'Italia c'è, possiamo ambire a un ruolo di middle power, sul modello di Paesi come la Turchia, che negli ultimi anni ha saputo costruire una presenza influente nei Balcani e in Africa grazie a una politica estera assertiva.

Adesso è il momento di compiere un salto di qualità senza rinunciare al quadro europeo, evitando al tempo stesso complessi di inferiorità. Il rischio, altrimenti, è tornare a un ruolo subalterno rispetto a Francia e Germania.

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