Esplosione in cascina, omicidio aggravato ai coniugi. I familiari dei 3 pompieri eroi: "Ora giustizia è fatta"

I Vincenti condannati a 30 anni: fecero esplodere la cascina per truffare l'assicurazione. La madre di uno dei vigili morti: "Mi hanno tolto un figlio stupendo"

Esplosione in cascina, omicidio aggravato ai coniugi. I familiari dei 3 pompieri eroi: "Ora giustizia è fatta"

L'Italia intera li aveva pianti: eroi morti per il dovere. Ma poi, come spesso nel nostro Paese, le lacrime avevano lasciato il posto ai veleni, agli spifferi e alle considerazioni un tanto al chilo. I tre vigili del fuoco morti nell'esplosione di una cascina a Quargnento, alle porte di Alessandria, nella notte fra il 4 e il 5 novembre 2019, rischiavano di scivolare nel girone degli sprovveduti.

Pericolo scongiurato, almeno in questo primo round della giustizia: la Corte d'assise ha condannato infatti a 30 anni di carcere per omicidio plurimo aggravato i coniugi responsabili dello sciagurato scoppio, ideato per truffare l'assicurazione e incassare i soldi del premio. Piangono fuori dal tribunale le madri di quei ragazzi che non ci sono più: Matteo Gastaldo, Marco Triches, Antonino Candido. Saltati in aria nel corso di un intervento che pensavano di routine. E invece quel complesso era stato trasformato da Gianni Vincenti e dalla moglie Antonella Patrucco in una trappola infernale: l'uomo aveva piazzato in quelle stanze disabitate una sfilza di bombole gpl e le aveva collegate con due rudimentali timer. Poi aveva aperto i rubinetti del gas. Gli pareva il modo migliore per rastrellare soldi e tamponare i debiti che lo assillavano. Non immaginavano che un vicino, allarmato da una prima esplosione, potesse chiamare i pompieri e innescare la sciagura.

Ma questo non attenua le responsabilità di chi ha ideato quel piano luciferino e non diventa una colpa per chi entrò di corsa in quell'ambiente pericolosissimo con l'obiettivo di mettere in sicurezza la struttura. Insomma, alla fine - sia pure in primo grado - è passata l'idea del reato più grave, l'omicidio volontario, attraverso la categoria del dolo eventuale: se butto alla cieca da un cavalcavia un masso metto in conto di poter uccidere chi passa in quel momento sotto il ponte. Gli avvocati della difesa puntavano ad alleggerire il comportamento della coppia riconducendolo nell'ambito della colpa grave, gravissima, evidenziando i presunti errori commessi dai soccorritori. O peggio, pescando nella melma delle voci: qualche giornale aveva ipotizzato che i tre avessero assunto droghe prima del fatale intervento. Le madri delle vittime hanno vigilato per tutto il processo e ora raccolgono la loro commozione in poche parole: «Una condanna giusta dopo tanto fango buttato sui nostri ragazzi. Volevano fargli fare la parte dei fessi, non ci sono riusciti». «Dopo tanta sofferenza - aggiunge - glielo dovevamo a questi ragazzi che hanno dato la vita facendo il lavoro che amavano. Speriamo ora se li facciano tutti questi anni». «Avevo un figlio stupendo», dice tra le lacrime Anna D'Apice, mamma di Marco Triches. Davanti al palazzo di giustizia Giovanni Maccarino, sindacalista del corpo, regge la sagoma di un pompiere pugnalato alle spalle con la scritta «Non siamo stati imprudenti».

Il verdetto, anche se non conosciamo ancora le motivazioni, sembra confermarlo: «Quello che ci preme di più, oggi, è che la sentenza scagioni senza equivoci l'operato dei vigili del fuoco, in particolare del caposquadra Giuliano Dodero». Che nel disastro fu ferito. «Altrimenti - è la conclusione di Maccarino - sarebbe una seconda pugnalata».

«Non c'era niente e nessuno da salvare - aveva sostenuto Lorenzo Repetti, legale di Vincenti - e quindi non c'era dovere di sicurezza. Dobbiamo accertare se il caposquadra ha dato l'ordine corretto, pur restando ferme le enormi responsabilità di Vincenti». «Se questa tesi fosse accolta - la controreplica di Maccarino - dovremmo rivedere le nostre procedure a livello nazionale». La partita non è chiusa, ma almeno si è evitata la beffa.

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