Una famiglia che trasforma le idee in identità

Sempre controcorrente, sempre fuori dal coro. Un marchio di fabbrica che ci contraddistingue dal 1974, un testimone che attraverso più generazioni è arrivato fino a oggi

Una famiglia che trasforma le idee in identità

Il Giornale non è solo un giornale, come sottolinea il nome della testata, è molto di più. Una famiglia, potremmo dire utilizzando le armi della retorica degli affetti. E non ci allontaneremmo molto dalla realtà. Potremmo definirlo una comunità, pescando nell'arsenale del lessico della modernità, una community prima ancora che nascessero le community, una rete sociale fatta di carne, ossa, carta, byte e, soprattutto, idee. Sempre controcorrente, sempre fuori dal coro. Un marchio di fabbrica che ci contraddistingue dal 1974, un testimone che attraverso più generazioni è arrivato fino a oggi. Un'oasi di libertà quando la libertà non era merce che si trovava sui banconi della grande distribuzione, ma era un bene per il quale si rischiava anche la pelle. Parlando con i lettori, i tanti e fedeli che ci seguono dal primo numero, c'è un denominatore comune che attraversa la memoria di tutti: «Compravamo il Giornale anche se era pericoloso, c'era da aver paura ad andare in giro con una copia sotto al braccio». A dimostrazione del fatto che i nostri lettori, cioè voi, non solo sono muniti di un grande cuore, ma anche di un notevole fegato. Sembra di parlare di secoli fa, invece fino a metà degli anni Settanta non essere di sinistra, veleggiare su posizioni liberali e mantenere una propria autonomia intellettuale significava mettere a repentaglio la propria vita. Ci sono anche questi ricordi, nel nostro album di famiglia. Oggi, per fortuna, andare in edicola o aggirarsi per il centro città con una copia del nostro giornale è tornato a essere un atto normale della nostra vita quotidiana, lontano da ogni pericolo. Eppure il Giornale, oggi come allora, continua a essere scomodo. Il nuovo nemico si chiama politicamente corretto ed è un nemico subdolo e invisibile, che non usa le armi della violenza fisica ma preferisce esercitare il suo potere con la minaccia vigliacca della censura. I pretoriani del politicamente corretto vorrebbero togliere la carta di circolazione a tutte le idee che escono dall'orticello del pensiero mainstream, mozzare la lingua a tutti quelli che, come noi, amano steccare nel coro della banalità. E, come in un incubo distopico, la censura prende la forma dell'algoritmo, che tutto vede e tutto controlla. Nell'era del massimo accesso alla comunicazione (solo Facebook ha quasi tre miliardi di iscritti) il controllo su quello che si può o non può pensare è sempre più occhiuto e arbitrario, manovrato da chi possiede le grandi autostrade dei social network e che spesso è seduto dalla parte più comoda dello schieramento. Per questo, quarantasette anni dopo, il compito del Giornale è sempre più necessario e importante. Nessun algoritmo potrà mai fermarci.