Il fango fuori tempo massimo di Report contro il Cavaliere

Altro che servizio pubblico, nel programma di Ranucci il solito concentrato di anti-berlusconismo viscerale

Il fango fuori tempo massimo di "Report" contro il Cavaliere

Non chiamatelo servizio pubblico, per favore. Quello che è andato in onda lunedì sera su Raitre non ha nulla a che fare con l'informazione e molto con una vera e propria persecuzione mediatica. Report, il programma fondato da Milena Gabanelli e ora nelle mani di Sigfrido Ranucci, ha dedicato un'intera puntata alle vicende giudiziarie degli ultimi anni del quarto governo Berlusconi. Non esattamente una breaking news. Un bignami dettagliato di tutto il fango e le menzogne che, in quel periodo violento e avvelenato della vita politica italiana, sono state riversate contro il Cavaliere. Ranucci, fuori tempo massimo, ha rispolverato i vecchi cavalli di battaglia dell'antiberlusconismo viscerale. Con un effetto straniante, un viaggio a ritroso nel tempo, in un periodo buio per l'informazione italiana. A uno spettatore distratto poteva sembrare una brutta caricatura di un vecchio programma di Michele Santoro, invece come ha spiegato lo stesso Ranucci era tutto frutto di un recente lavoro giornalistico. Lo scopo? Viene dichiarato palesemente: ricordare perché Silvio Berlusconi non poteva diventare presidente della Repubblica. Insomma, per sicurezza quelli di Report si erano preparati preventivamente ad azionare la macchina del fango con i cannoni posizionati in direzione di Arcore.

Così Report resuscita i fantasmi di quel periodo, intervista Bill Emmott, il direttore dell'Economist che disse che Berlusconi era «unfit to lead Italy», inadatto a governare l'Italia, per fargli ridire esattamente la stessa cosa. Va a ricercare Karima El Mahroug e Noemi Letizia. Fa dire qualche battuta ad Antonio Martino e Fabrizio Cicchitto, nel tentativo di dare una parvenza di respiro a un'operazione che però rimane assolutamente faziosa.

Tira in ballo l'ossessione del conflitto di interessi, le presunte leggi liberticide, la solita trita, ritrita e smentita fake news del Bunga bunga. E ancora decine di minuti di telefonate private dell'allora premier, senza alcun rilievo penale, ma buone per impastare il fango che Report deve propalare, per tenere in piedi l'impalcatura di menzogne. Interviste a personaggi del sottobosco milanese, millantatori professionisti che vengono trattati come fonti privilegiate e affidabili, alla faccia del tanto sbandierato giornalismo a schiena dritta di Report. E poi il colpo più basso, un'intervista a un Emilio Fede provato dall'età e dalla malattia. La telecamera che indugia senza ritegno sul direttore in carrozzina, il giornalista che lo incalza nel tentativo di ottenere informazioni che non ottiene. Semplicemente perché non esistono. Illazioni, frasi lasciate a metà per inoculare sospetti: il solito copione visto e rivisto e che speravamo fosse archiviato negli scatoloni degli orrori della nostra storia recente. Persino il racconto delle pressioni internazionali, dello spread, per costringere Berlusconi alle dimissioni, nella lettura di Report, vengono trasfigurate e ridotte a gossip. Ovviamente, in un racconto al rovescio, Mario Monti ed Elsa Fornero (intervistata per magnificare la sua opera) diventano salvatori della patria. Uno spettacolo indegno del canone e della televisione pubblica. Che però ha raggiunto uno scopo: ricordarci quanto in basso fosse sceso il clima nel nostro Paese, quanto odio è stato costruito ad arte nei confronti di Berlusconi.

E poi, dopo quasi 50 minuti di scempio, Ranucci, nel dubbio che non si fosse capito dove voleva andare a parare la sua trasmissione, fa anche un comizietto finale nel quale condensa trent'anni di balle, pregiudizi, odio sociale, politico e financo umano. Un comizio in cui, con pessimo gusto, durante una pandemia che ha fatto migliaia di morti paragona il Cavaliere a un virus. «Berlusconi non è diventato presidente della Repubblica perché ha inoculato nella società un modello culturale, quello della scorciatoia, per arrivare al successo attraverso i canoni della ricchezza e della impunità. (...) Perché ha inoculato il virus dell'uomo solo al comando, demonizzando l'avversario (...) con dossier spesso falsi preparati da ambienti oscuri con cui manganellava oppositori politici e giornalisti».

E poi, con sprezzo del ridicolo, dopo aver appena terminato di manganellare, finisce citando la celebre frase di Humphrey Bogart: «È la stampa bellezza». Ecco, questo non ha nulla a che fare con il giornalismo ed è anche una gran bruttura. Il problema è che lo paghiamo con i nostri soldi.

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