nostro inviato a Pontida (Bg)
Il bar è proprio dietro il sagrato, un pezzo di abbazia che adesso accoglie i primi arrivati, quelli che avevano timore di non trovare posto neppure in piazza o lungo la strada, da questa parte delle transenne dove, dice sornione Mario Borghezio, si è radunata la plebe, quelli che non possono entrare in chiesa, riservata alla aristocrazia dei quattrocento. Non è qui per fare polemica e non ci sono più stagioni da rimpiangere, lo dice con una sciarpa verde al collo e gli occhiali di una volta, con il corpo che cerca di ritrovarsi dentro un trench, cielo grigio bergamasco, di tante taglie fa. La realtà è che adesso tra le due leghe non ha senso segnare un confine. È che qui un po' si fa finta di non riconoscersi e un po' come si fa a non ammettere che siamo stati ragazzi insieme. Pontida, lungo il viale delle Rimembranze, quello che porta alla piazza del Giuramento, è una scia di ricordi da condividere. Simona Vittoriana Cassarà, assessore comunale a Solbiate Olona, appena arrivata da New York dove era andata a festeggiare il compleanno mostra orgogliosa la maglia verde da collezione con la firma Umberto Bossi sul petto, autografa. È bionda, robusta, il sorriso largo e faccia che non si arrende, il gesto delle mani che tirano i lembi della giacca è il gesto più bossiano di questa mattinata. "Di che anno è la maglia?". "Avevo poco più di 18 anni e adesso ne ho 54. Fai i conti tu".
Le donne qui portano sul viso la storia del bossismo. Le riconosci a pelle. Sono le ex ragazze della Lega, quelle che negli anni Novanta avevano vent'anni e adesso sono donne di cinquanta con le rughe portate con una fierezza che non ha bisogno di nessun filtro, una con i ricci e il foulard guarda in su verso l'abbazia e ha la bocca contratta e gli occhi lucidi, una con la sciarpa verde e gli occhiali gesticola, una di profilo, con una fascia scura in testa, se ne sta in silenzio con le mani raccolte davanti al petto. Due camminano insieme tenendosi per il braccio, il fazzoletto verde al collo, i giubbotti da biker e i tatuaggi che s'intravedono appena alla caviglia. Sono donne di provincia, di entroterra, di quei Paesi tra l'Adda e il Brembo dove le persiane sono verdi e i tetti di coppi. Nessuna di loro è mai stata in televisione. Nessuna ha mai avuto un posto in lista. Sono state la Lega per quarant'anni senza chiedere niente in cambio, e adesso sono venute a seppellire il corpo del capo.
Il bar è il teatro originario del bossismo, l'unica istituzione che il Senatùr abbia mai rispettato davvero. Quello di Pontida è a pochi passi dalla chiesa. È luce calda e corpi stretti. La parete di ardesia nera dietro il bancone, le lampade coniche che scendono dal soffitto, le bottiglie di gin colorate sullo scaffale. Il barista in maglietta Levi's serve al bancone, una ragazza in giacca bianca lo aiuta. Gli uomini sono tutti in giubbotti scuri, giacche, piumini, nessuna cravatta. Si parlano addosso, i telefoni in mano, i gomiti sul banco. C'è un uomo che deve aver fatto carriera, alto ed elegante, capelli grigi pettinati all'indietro, occhiali da intellettuale, cappotto blu, le mani in tasca, un fazzoletto verde appena visibile al collo. Accanto a lui c'è uno con la felpa e gli occhiali spessi di chi ha fatto sezione e gazebo per quarant'anni. Si scambiano sensazioni. "Me ne aspettavo di più". "Di che?". "Di gente". "Meglio così, l'Umberto non è per tutti". Lo pensa, in fondo, anche Aurelio Locatelli di Gorlago, per anni al volante dell'auto del Senatùr, era lui che guidava la notte dell'ictus nel 2004. "Molti giornalisti lo hanno preso in giro, dice, hanno gonfiato i particolari dimenticando le cose importanti". Passa Roberto Castelli e parla di Lega tradita. Passa Fedele Confalonieri e saluta toccandoti il petto con un "in bocca al lupo ragazzo", passa Marcello Dell'Utri e non dice nulla, riappare Giancarlo Pagliarini e sorride e se ne va, ripassa Mario Monti e lo fischiano un po' tutti.
C'è soprattutto un popolo di motociclisti che non ha avuto paura di invecchiare. Uno di loro gioca a fare la star, giubbotto di pelle consumata, di quelli con le toppe e le strisce arancioni che dicono American Classics, maglietta nera sotto, occhiali da sole azzurrati anche se il cielo è grigio. Ha un pizzetto e i capelli biondi spettinati che potrebbero essere una parrucca o semplicemente trent'anni di vento.
Un tatuaggio sulla mano, tra pollice e indice, che sembra un'ancora o un simbolo tribale. È Donato che non è mai morto, il rock'n'roll di provincia che ha generato il Senatùr. Se Bossi non avesse fatto politica sarebbe invecchiato così.