Un festivo in meno e tasse giù. Macron e le riforme rimandate

Annullato per il rogo di Notre-Dame, il discorso punta a recuperare fiducia. Ma già si litiga sulle indiscrezioni

Cancellare una vacanza a colpi di fioretto. Bruciato l'annuncio dai media francesi, il presidente della Repubblica affronta l'ira di quel che sarebbe dovuto essere un inciso del suo discorso alla nazione, prima che l'incendio di Notre-Dame cambiasse l'agenda e gli umori dei francesi. Il recupero nel gradimento personale è durato poche ore. Perché la «rivoluzione» che bolle nel cantiere della Macronia, anticipata dai media, ha le sembianze di un succo amaro da digerire: «Lavorare di più» per poter «abbassare le tasse».

La mission impossible di Emmanuel Macron ha il gusto indigesto del rompicapo: il 54% dei francesi si è subito detto «contrario» secondo un sondaggio dell'Ifop. Forte la divisione destra-sinistra, con parte dei marcheurs pro-Macron e i repubblicani gollisti favorevoli in linea di principio (lo aveva già proposto Nicolas Sarkozy), mentre nel Partito Socialista, nella Francia Ribelle di Jean-Luc Mélenchon e nel Rassemblement National di Marine Le Pen dicono «No».

Ci sono due modi per «lavorare di più», spiega la deputata della maggioranza Aurore Bergé (La République En Marche): abbandonare la settimana di 35 ore o eliminare una o più festività. La prima ipotesi sembra esclusa. Perché le aziende non lo chiedono. «Le 35 ore non sono più un vero ostacolo», dice un manager al Journal du Dimanche (Jdd). «Se un'impresa vuol passare a 36 o 37 ore può farlo con gli straordinari». La sfida ruota anche attorno all'equilibrio generazionale: i giovani non vogliono lavorare «di più», la fascia Under 35 è più flessibile, mentre gli over 65 lo ritengono «necessario» per finanziare la loro pensione. C'è poi la divisione tra artigiani (in parte favorevoli) e dipendenti pubblici.

Una vacanza in meno sembra niente in un calendario di 365 giorni. Ma l'andazzo è già da piazze a oltranza. «Se dobbiamo chiedere uno sciopero, siamo pronti», tuona Yves Veyrier, segretario generale del sindacato Fo. A dar manforte alla linea presidenziale ci sarebbero però i numeri del ministero dell'Economia: un giorno di festa in meno sarebbe «una spinta dello 0,4% per il Pil, circa 9 miliardi di euro». Ciò che si recupera, verrebbe speso in sgravi fiscali. Meno tasse, un giorno in più di lavoro. «Una vacanza in meno che equivale a miliardi». Per cosa?

I francesi sono divisi in fazioni: ideologiche, di categoria, di età. Il presidente chiarirà solo domani le opzioni, anche se c'è chi scommette su un'ipotetica data da non segnare più in rosso: l'8 maggio (vittoria degli Alleati nel '45), rimosso da Valéry Giscard d'Estaing e restaurato da François Mitterrand nell'81, pare obiettivo raggiungibile. Per bilanciare i conti e abbassare l'imposta sul reddito, «lavorare di più» sembra «un primo passo necessario». I gilet gialli rivendicavano più potere d'acquisto e meno tasse, non una festività in meno. Ma il puzzle di Macron punterebbe a mantenere servizi pubblici e finanziare la solidarietà. La riforma contemplerebbe anche l'indicizzazione delle pensioni sotto i 2mila euro e un innalzamento dell'età pensionabile. Idee non ben determinate che hanno già assunto le sembianze di un Armageddon.

La frase «lavorare di più» era quasi certamente nel discorso mai trasmesso. L'Eliseo si è rifiutato di commentarne la veridicità, limitandosi a dire che il testo è stato «disintegrato» dai media, pezzi qui e là tagliati e cuciti. «Piste» che Macron avrebbe solo suggerito. Finché la capolista LREM alle europee Nathalie Loiseau non ha riaperto il vaso di Pandora: «Dovremo lavorare di più per sostenere meglio i nostri anziani».

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