Il film Il figlio del deserto è l'ennesima mortificazione della nostra cultura e del nostro stile di vita, magari per fare spazio a quelli altrui. Narra la storia di Hadara, un bambino di due anni che si perde nel deserto e sopravvive 10 anni grazie e insieme a un branco di struzzi, prima di ricongiungersi alla madre. Promuove idee fantastiche di simbiosi tra uomo e natura e di condanna della civiltà. In realtà, è la storia di una tragedia. Un bimbo solo nel deserto è una tragedia. Cento volte meglio rapito dagli zingari, almeno sopravvive. Nel deserto è morte certa. "Hadara adottò il deserto e il deserto adottò lui": ma dove? Ma quando?
La natura non è ospitale, non lo è mai stata. Tutte le popolazioni hanno sempre dovuto proteggersi dalla natura, vegetale e animale, addomesticandola per trarne di che vivere. Gli animali non sono le anime belle delle fiabe, anzi manco ce l'hanno un'anima. Pensano solo a sopravvivere e a riprodurre se stessi, per istinto. Ma ipotizziamo che sia sopravvissuto. Che vita avrebbe avuto? Quella di una bestia, degradata allo stato animale. "Per la prima volta vedevo un bambino libero, un essere umano non civilizzato". Ma che fesseria è? Stiamo scherzando, vero?
Un bambino dovrebbe crescere tra gli umani ed essere stimolata intellettualmente. Zoòn politikòn, animale sociale portato per natura a vivere in comunità. Così definì l'uomo Aristotele, che ne capiva ben più di questi pseudo-acculturati de noantri. Il film, che strapperà applausi a tanti minus habens, è la somministrazione di un'idea distorta della realtà, che colpevolizza l'umanità evoluta, quella che ha portato la vita media e la mortalità infantile a livelli mai nemmeno sognati. Per millenni la popolazione non ha superato il miliardo perché si moriva di fame e di malattie.
Da un paio di secoli cresce e da mezzo secolo i morti per fame diminuiscono. È semplice: la vita contro la morte. Da storie come questa, messe in mano a disagiati mentali, derivano poi tragedie reali come la Casa nel Bosco.