Ignazio La Russa, presidente del Senato, si è sempre battuto per non dimenticare la tragedia delle foibe ed il dramma dell'esodo. A ridosso del 10 febbraio non ha peli sulla lingua in questa intervista esclusiva al Giornale.
Sono passati oltre vent'anni dalle legge sul Ricordo delle foibe e dell'esodo. Come è nata?
"Nel 2004 non era la prima volta che Alleanza nazionale faceva parte del governo, ma i tempi risultavano maturi. Come capogruppo di An ho promosso l'iniziativa del 10 febbraio insieme a Roberto Menia, figlio di quelle terre. Alla fine ci furono solo 12 contrari, ma rimasi molto dispiaciuto del no di Pisapia, futuro sindaco di Milano, che apprezzavo per l'intelligenza giuridica. Votò contro solo l'estrema sinistra. Il nostro capolavoro fu convincere quasi tutto il Parlamento, che bisognava finalmente ricordare la tragedia delle foibe e dei tanti italiani che erano stati costretti ad abbandonare le loro terre".
Come è possibile che per oltre mezzo secolo le foibe siano rimaste un tabù?
"Per decenni è stato un tabù, ma non nell'ambiente della destra politica italiana. Non abbiamo mai dimenticato le foibe e l'esodo. E ci siamo schierati contro il trattato di Osimo. Per molto tempo non c'era la forza per aprire un varco nel silenzio su questo dramma. La Dc sapeva che con il mondo diviso in due da Yalta, il Pci non avrebbe vinto e governato, ma era il partito comunista più forte d'Europa, forse del mondo dopo quello sovietico. Per questo fu concesso ai comunisti di occupare spazi enormi dalla scuola, alla magistratura, all'università, allo spettacolo, in parte la televisione. In questo tacito accordo io governo e tu puoi penetrare gramscianamente nella società italiana, le foibe dovevano rimanere un tabù. Un tema del genere crea tensioni ancora oggi figuriamoci allora. I comunisti si guardavano bene dall'affrontare una delle pagine più buie della storia italiana a guerra finita".
Nel 2020 il presidente Mattarella e il capo di stato sloveno Pahor erano per la prima volta, mano nella mano, davanti alla foiba di Basovizza. Un momento storico, ma non sarebbe ora di invitare anche i rappresentanti croati e serbi, che hanno pure subito le violenze di Tito dopo la fine delle ostilità?
"Sì, certamente, ma potrebbero essere loro, croati e serbi, a promuovere questa volontà. Da parte italiana non ci sarebbe alcun rifiuto e sarei contento di un atto del genere sulla foiba di Basovizza".
In Istria e in parte a Fiume e Zara c'è una comunità di rimasti, oramai la seconda generazione, ma sono sempre meno. Cosa bisogna fare per tenere viva l'italianità?
"Prima di tutto vedere se loro ci tengono veramente. In tante comunità nazionali al di fuori dell'Italia i primi a volere mantenere vivo il legame sono gli interessati. E come facciamo in altre aree, per esempio in Sud America, a maggior ragione dobbiamo mantenere viva la cultura italiana in Istria".
Ci sono ancora sacche negazioniste e riduzioniste. L'ultima è che gli infoibati riconosciuti con una medaglia ai familiari erano quasi tutti fascisti o collaborazionisti dei nazisti. Vuole dire una parola chiara sulle colpe e se si arriverà mai ad un giorno del Ricordo accettato senza se e senza ma?
"In una guerra se uno vuole esaminare gli atti terribili le responsabilità valgono per tutti. Ma il massacro delle foibe non è un atto di guerra. È avvenuto in parte durante il conflitto, ma in gran parte a guerra finita, a vittoria ottenuta da parte delle truppe di Tito. Si tratta di un tentativo di debellare la presenza italiana in quelle zone con la morte, la violenza. Se poi discutiamo sulla drammaticità che la guerra ha provocato ci sono anche, sicuramente, le sofferenze del popolo jugoslavo, come quello italiano e pure tedesco se pensiamo alle città rase al suolo in Italia, Germania o ad Hiroshima. Le foibe, però, sono una cosa diversa da non mescolare agli accadimenti drammatici del secondo conflitto mondiale".
Tito è stato insignito della più alta onorificenza della Repubblica. Mai revocata formalmente, ma una recente interpretazione del regolamento la considera decaduta dopo la sua morte. Come seconda carica dello Stato cosa pensa della medaglia al maresciallo jugoslavo?
"Non sarebbe male arrivare a una declaratoria ufficiale sulla decadenza. Verificherò in che forma questa decadenza interpretativa possa diventare conclamata. E su cosa penso della più alta onorificenza italiana a Tito, proprio perché sono la seconda carica dello Stato, meglio se non lo dico".
Ancora oggi è un problema definire i boia delle foibe comunisti. Perché?
"Soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino quando c'è qualcosa da contestare a chi era comunista, nel 99% dei casi, la parola comunista sembra cancellata dal vocabolario".
La violenza balcanica si è ripetuta durante la sanguinosa disgregazione della Jugoslavia socialista. Oggi ci ritroviamo circondati da guerre, anche nel cuore dell'Europa, in Ucraina. Siamo fortunati a vivere in pace, ma i crimini del passato non hanno insegnato nulla?
"Temo che abbiano insegnato poco, ma allo stesso tempo non possiamo essere egoisti. Per questo è giusto sostenere il popolo ucraino.
E poi quando sento parlare dell'Ungheria di oggi con grande disprezzo, mi chiedo se da parte della sinistra abbia origine dal fatto che in un angolo della loro testa rimane il ricordo che il primo popolo ad opporsi al comunismo, schiacciato sanguinosamente, fu proprio quello ungherese. I ragazzi di Buda ed i ragazzi di Pest come dice una canzone".