Il lungo viaggio apostolico in Africa ha svuotato i sacri palazzi delle personalità che dettano la politica estera della Santa Sede proprio nei giorni dello scontro con l'amministrazione Trump. Chi è rimasto all'ombra della Cupola, oltre a svegliarsi al mattino col timore di scoprire dalle agenzie che il tycoon e i suoi ne hanno "sparata" un'altra, cerca di decifrare la linea del Papa nei discorsi africani. Ieri a Bamenda Leone XIV se l'è presa con "chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso". Qualche "colomba" in Terza Loggia fa filtrare rassicurazioni sul fatto che il testo sia stato pensato per i conflitti della regione camerunense, ma è difficile non leggerci una risposta alla lezione di teologia del cattolico neoconvertito JD Vance che poche ore prima aveva rinfacciato al Papa la millenaria "teoria della guerra giusta".
E non mancano i prelati che, a bassa voce, concordano sull'esistenza della dottrina tradizionale del bellum iustum, ma la condanna alle incontinenze verbali di Trump e dei suoi è unanime in Vaticano. Persino nel mondo curiale che non guardava con ostilità al presidente Usa (e sognava di vedere il cattolico Vance alla Casa Bianca) regna l'inquietudine e ci si chiede con preoccupazione dove voglia andare a parare Trump coi suoi post ormai quotidiani contro Prevost. Ieri parlando con i giornalisti alla Casa Bianca il presidente Usa ha abbassato i toni: "Non ho niente contro il Papa, ma ho il diritto di non essere d'accordo con lui".
Quel che è certo è che se a finire sotto attacco è il Papa e la Chiesa in generale, i cattolici d'orientamento conservatore non sono disposti a fare sconti anche ai governi considerati "amici". Resta vivo il ricordo, ad esempio, di Benedetto XVI che nell'estate del 2007 negò un'udienza al segretario di Stato Condoleezza Rice nonostante le affinità sui principi non negoziabili con l'amministrazione di George W. Bush. Ratzinger non aveva dimenticato, infatti, che nel 2003 l'allora consigliera per la sicurezza nazionale aveva insolentito il cardinale Pio Laghi, inviato speciale di Giovanni Paolo II per tentare di fermare la guerra in Iraq.
A sudare freddo per le imprevedibili conseguenze della rottura con l'America trumpiana sono soprattutto i responsabili degli organismi che si occupano di finanze vaticane. I donatori statunitensi, si sa, sono sempre i più prolifici e dopo la contrazione negli anni in cui governava un Papa che si era detto onorato di essere attaccato dagli americani, l'elezione dello yankee Prevost aveva fatto ben sperare. I timori per le fibrillazioni del cattolicesimo a stelle strisce, ora, si uniscono a quelli sullo stato disastrato della Chiesa tedesca, l'altra gallina dalle uova d'oro in termini di donazioni. Nonostante le tensioni, la Curia più pragmatica e meno ideologizzata è ben consapevole che il rapporto con l'amministrazione Trump prima o poi andrà ricostruito e non solo per motivi finanziari, ma soprattutto per ragioni geopolitiche.
Per questo ci si chiede quanto sia utile la perenne "crociata" antitrumpiana dei tre cardinali liberal Blase Cupich, Robert McElroy e Joseph Tobin che fa il controcanto alla ben più moderata linea della Conferenza episcopale americana.