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Il garage fucina dei sogni che ha plasmato il futuro

Il primo portatile, poi l’iPod per la musica in tasca. E iPhone, il tutto

Il garage fucina dei sogni che ha plasmato il futuro
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Crist Drive 2066, Los Altos. Probabilmente il primo computer non è nato davvero lì, forse come dice Steve Wozniak -, tutto avvenne nei laboratori dell'Ibm e in quel posto, che poi era la casa d'infanzia di Steve Jobs, c'era solo il magazzino. Ma non si può rovinare una storia meravigliosa con la verità: Apple, da 50 anni esatti, è dietro quella serranda. Mezzo secolo, un sogno che forse non per caso è diventato realtà il 1° aprile, quasi uno scherzo che il destino ha voluto riservare all'umanità per ribaltare il concetto di impossibile. Ci voleva l'abilità di un giovane progettista, Woz, e la superbia geniale di un hippie che guardava al futuro, Jobs appunto. Poi c'era pure una terza persona, Ronald Wayne, un venditore di slot machine che doveva occuparsi della parte commerciale: restituì la sua quota dopo 12 giorni per 800 dollari, oggi quello spicchio della Mela vale miliardi di dollari. Ma chi poteva crederci allora? Solo quei due, dentro quel garage appunto.

Il compleanno di Apple è la storia di come è cambiata la nostra vita. È anche la vicenda umana e ultraterrena di Steve Jobs, perché ancora oggi 14 anni dopo la sua morte lui resta il simbolo di un'azienda che ha smesso inevitabilmente di guardare troppo avanti. E che pure - in un mondo in cui ormai più di un prodotto contano i ricavi a nove zeri riesce ancora a raccontare la sua storia in maniera magnetica. Per dire: il boom dell'ultimo iPhone 17 Pro non risiede nel fatto di essere il miglior smartphone del mondo, ma per il suo essere arancione. E l'arancione è cool, soprattutto se lo veste Apple.

È questo insomma ciò che ha lasciato il fondatore: Jobs ha reso il desiderio un prodotto commerciale. Non era più questione di dare alle persone quello di cui avevano bisogno, ma di dare un bisogno a chi non sapeva di averne necessità. È stato così ai tempi di Apple I, nel 1976, venduto a 666,66 dollari (perché anche il marketing moderno è nato in quel garage) per dare alle case americane uno strumento portatile che non sognavano neppure di volere. E lo è stato per tutti i prodotti che sono venuti dopo, il MacIntosh prima di tutto, dotato per primo di floppy disc, mouse e grafica avveniristica e lanciato con uno spot costato 1,5 milioni di dollari per una sola presenza durante l'intervallo del Superbowl: lo aveva firmato Ridley Scott, era il 1984, ed era anche "quel" 1984. Poi dopo i computer ecco l'iPod, che ci ha messo in tasca la musica. E quindi l'iPhone, il Tutto del nuovo millennio: la nostra vita, appunto, da allora non è più la stessa. Anche se prima quel tipo di oggetto esisteva già. Ma senza il tocco magico.

Ci sono personaggi e interpreti importanti in questo miracolo che non riusciamo ancora a spiegarci, soprattutto mentre aspettiamo ansiosamente che esca la prossima sorpresa (che sarà pieghevole, sappiatelo): Jonathan Ive, il designer che ha dato forma ai pensieri visionari del capo; Tim Cook, il braccio destro che ne ha raccolto l'eredità e che ha fatto crescere l'azienda fino a farla diventare la più ricca e importante del pianeta; John Sculley eh sì, anche lui - che licenziò Jobs agli inizi degli Anni Novanta, "e come può una persona essere licenziata da una società che ha fondato?". Lo raccontò, Steve, dopo il suo ritorno (con uno stipendio fissato a un dollaro l'anno) agli studenti di Stanford quando gli fu assegnata la laurea honoris causa, nel 2005: "Non lo sapevo ancora, ma era la cosa migliore che mi potesse capitare".

Quella storia che dura da 50 esatti è infatti tutta in quel testo, che dovrebbe essere letto nelle scuole per smettere di far pensare ai ragazzi d'oggi che il futuro è dietro le spalle: parla di un ragazzo adottato quasi per caso, della passione per la calligrafia, dei tappi venduti per mantenersi e dei sogni covati alla mensa degli Hari Krishna. Parla di quel garage, di trionfi e fallimenti, di cadute e risalite, di quella "mirabile successione di accadimenti" che ha fatto di Apple un modo di pensare differente.

Di un uomo rude che chiamò un computer col nome di una figlia che non voleva (ancora) riconoscere dicendo che era solo un acronimo, che ha visto la morte prima della sua morte e che era anche così sensibile da trovare le parole giuste da tramandare ai posteri. Già: "stay hungry, stay foolish", e come sempre non le aveva inventate lui. Solo che, come al solito, le ha rese immortali.

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