Tanto fumus e poco arrosto, per ora. Dalle 16 pagine del decreto di sequestro dei cellulari e dei pc dei componenti il Garante della Privacy per corruzione e peculato è possibile osservare due cose. Di prove di corruzione e peculato ce ne sono pochine. I magistrati della Procura di Roma rimpiangono l'abolizione del fumosissimo "abuso d'ufficio" che avrebbero tanto voluto contestare a Pasquale Stanzione, Agostino Ghiglia, Guido Scorza e Ginevra Cerrina Feroni. E questo la dice lunga sulla sostanza dell'indagine, in attesa di capire cosa uscirà dal materiale sequestrato (e se il Riesame a cui si rivolgeranno gli indagati ne autorizzerà il sequestro).
Il secondo vulnus riguarda la presunta appropriazione indebita di denaro, perché i commissari avrebbero certamente fatto richiesta di aver rimborsato spese considerate "personali" come fiori e bevande, ma "in fase di rendicontazione - fa notare uno dei legali degli imputati - le cifre indebitamente rimborsate sono state stornate dalle buste paga", con buona pace di chi ha già condannato il Garante sulla base di Report che ha ispirato l'inchiesta.
A suffragare le presunte malefatte dei quattro componenti l'Autorità, che intanto dicono di voler andare avanti ("Siamo certi di potere dimostrate la nostra estraneità ai fatti contestati") ci sarebbero anche le dichiarazioni in Procura di alcuni dipendenti, alcuni rimasti anonimi e altri no, come l'ex dg Angelo Fanizza, che nel loro lavoro avrebbero avuto "la sensazione diffusa di una gestione abbastanza disinvolta" dei soldi pubblici, con un focus sulla potenziale corruzione dietro le presunte mancate sanzioni milionarie a Meta e Ita Airways. Tanto che qualcuno chiama in causa l'immancabile Corte dei Conti (che certo i conti del Garante li avrà visti...) per un potenziale danno erariale tutto da dimostrare anche dietro le spese lievitate nel 2024 a 400mila euro grazie "alla mancanza di regole che disciplinassero la contabilità", con carte di credito da 5mila euro al mese.
Certo, fa sorridere l'opposizione chiede le dimissioni del collegio che la sinistra ha eletto nel 2020, scaricando il quasi ottuagenario Stanzione scelto allora per sbarrare la strada a Ignazio La Russa come potenziale presidente (poi Fdi puntò su Ghiglia), mentre i Cinque stelle osservano imbarazzati il potenziale conflitto d'interessi del "loro" commissario Scorza - nel cui studio legale, assieme alla moglie, lavora il legale di Ita che avrebbe disatteso la normativa sulla privacy - che su Repubblica ha imbastito la sua personale difesa giurando sulla sua estraneità.
Ma perché i dipendenti si sarebbero dovuti trasformare in talpe di Report? E perché rivolgersi proprio alla trasmissione che gli uffici tecnici dello stesso Garante avevano deciso di sanzionare per la telefonata privata dell'ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano? Nessuno di loro ha mai pensato di denunciare le presunte malefatte dei commissari all'Anac come prevede la legge sul whistleblowing? Certo, l'isolamento di chi in passato si è rivolto all'Anticorruzione ed è rimasto schiacciato non ha aiutato.
E che fine ha fatto l'indagine che sarebbe dovuta partire d'ufficio contro la violazione della corrispondenza di Ghiglia, pedinato fino a Via della Scrofa dai segugi di Report? Come facevano a sapere che stava andando a trovare l'ex collega Italo Bocchino e Arianna Meloni? Chi ha dato a Sigfrido Ranucci i messaggi scambiati tra Ghiglia e l'allora parlamentare Giorgia Meloni sul green pass durante il governo di Mario Draghi, pubblicati in tv violando la corrispondenza del commissario e le prerogative parlamentari dell'attuale premier? Domande a cui finora la solerte Procura di Roma, innescata da Report, non ha dato risposte altrettanto solerti.