Gestione allegra e 20% dei crediti inesigibili Il regno di Jacobini e il ritorno di De Bustis

La famiglia comanda dalla fondazione. E l'ad è l'ex manager di Mps, amico di D'Alema

Ci risiamo. Un'altra banca commissariata. Un altro paracadute da aprire in fretta per decreto facendo scendere in campo i pompieri del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi e il Mediocredito Centrale (controllato dal Tesoro attraverso Invitalia) con lo stesso schema seguito per Carige. Il solito teatrino della politica e gli attacchi a Bankitalia. Che intanto ha commissariato la banca. Mentre la Procura di Bari ha aperto un'ulteriore nuova indagine, oltre quella basata sulla lettera inviata dalla Consob, sugli aumenti di capitale del 2014 e del 2015. Ecco il film con un copione già visto.

Ma perché la Popolare di Bari deve essere salvata? Come si è creata la falla da tappare? La banca fondata nel 1960 e controllata da decenni dalla famiglia Jacobini ha una rete di 368 sportelli, presenti in 13 regioni, 3.300 dipendenti e 70.000 soci. Ha chiuso il primo semestre del 2019 con una perdita netta di 73,3 milioni e un indice di tenuta patrimoniale (il cosiddetto Cet1) del 6,22%, sotto il requisito del 9,45% fissato da Bankitalia. L'istituto ha in pancia ben 2 miliardi di crediti deteriorati lordi, oltre il 20% degli impieghi, un livello più che doppio della media del sistema bancario italiano. Tra il 2016 e il 2017 le rettifiche sono state meno di 150 milioni. Una pulizia troppo blanda, secondo gli analisti, considerando il ritmo delle sofferenze. La banca ha crediti per il 25-26% del portafoglio, con un tasso di copertura solo del 39%. A pesare è stata anche l'acquisizione della concorrente abruzzese Tercas, in difficoltà. Dopo un primo stop ordinato dalla Commissione Ue, l'operazione è andata in porto con il sostegno di Bankitalia ai primi del 2016 ma ha avuto l'effetto di scaricare sul compratore una zavorra di sofferenze. Nel frattempo la Popolare di Bari, insieme a quella di Sondrio, è riuscita a sottrarsi alla trasformazione in spa prevista dal governo Renzi nel gennaio 2015 per gli istituti con oltre 8 miliardi di attivo. Dopo una serie di ricorsi, la questione è approdata alla Corte di Giustizia europea che si pronuncerà nel 2020. Alla fine però sono stati conti a segnare il destino della popolare pugliese. Risultato: serve subito un aumento di capitale fra 800 e mille milioni. Lo si può attribuire per una parte alla recessione ma per un'altra a una gestione creditizia al di fuori delle regole, almeno da 3-4 anni. Abbiamo montagne di documentazione al riguardo, ha detto l'ad Vincenzo de Bustis in un'intervista.

Dopo che per 30 anni presidente e ad della banca è stato Marco Jacobini (figlio del fondatore Luigi), al timone della popolare in mezzo all'ultima tempesta si è infatti ritrovato un banchiere di lungo corso già noto alle cronache finanziarie per aver guidato il Monte dei Paschi. Che a cavallo del Duemila compra per 2.500 miliardi di lire la maggioranza della Banca del Salento (poi diventata Banca 121), di cui De Bustis era direttore generale. E' in quegli anni che nasce l'amicizia con Massimo D'Alema, che ha il collegio a Gallipoli. Secondo i piani del partito nazionale, la gestione De Bustis doveva rappresentare un segno di modernità per i mercati che accusavano ripetutamente la banca di staticità. Ma il banchiere romano inciampa sullo scandalo dei prodotti finanziari creati dalla 121, e l'allora presidente di Mps Pierluigi Fabrizi coglie la palla al balzo per chiederne le dimissioni. Dopo alterne vicende professionali approda alla corte degli Jacobini. Nel 2012 diventa direttore generale della Pop Bari rimanendovi fino al 2014 per poi essere richiamato a dicembre 2018 prima come consigliere con delega al rilancio e infine nel luglio scorso come ad. Ora Bankitalia ha rottamato lui e l'intero cda per fare spazio ai commissari.