Prima lo scontro, poi il chiarimento di posizioni. Poi il giallo pieno sul destino delle basi americane in Spagna a fronte della necessità di Washington di usarle per attaccare l'Iran. In prima battuta c'era stato un semplice "no alla guerra", pronunciato ieri dal premier spagnolo dal Palazzo della Moncloa; senza possibilità di domande da parte dei giornalisti, il leader socialista aveva rivendicato il mancato via libera all'utilizzo delle postazioni militari statunitensi motivando così: Madrid "non sarà complice di qualcosa di dannoso per il mondo", come il conflitto in Iran, "soltanto per il timore di rappresaglie di alcuni". Chiaro il riferimento al blocco degli scambi commerciali minacciato da Washington, per il mancato via libera di Sanchez. Poi, il giallo. E un'Europa che da solidale è entrata in uno stato confusionale, attivando ogni canale di comunicazione per chiarire da che parte stesse la Spagna.
Alle dichiarazioni di Sanchez del primo mattino è seguita infatti una giornata carica di tensione con Washington: sottili aperture, poi smentite a raffica da una sponda all'altra dell'Atlantico. "Credo che la Spagna abbia capito forte e chiaro il messaggio del presidente e, da quanto ho capito, nelle ultime ore hanno accettato di collaborare con l'esercito Usa", la frase della portavoce della Casa Bianca, Caroline Levitt, che ha rotto un equilibrio che pareva chiaro, con la Spagna apparentemente unica tra i grandi Ue a sfidare Trump.
Sanchez, al mattino, aveva incassato il plauso dei leader socialisti europei, e solidarietà dai responsabili delle istituzioni Ue, Commissione e Consiglio, per le minacce commerciali ricevute: "L'Ue garantirà sempre la piena tutela degli interessi dei suoi membri". E pure una telefonata da Macron, schierato con Sanchez sul no alla coercizione di Washington, pur favorevole ad aiutare i Paesi del Golfo. Sembrava perfino superata la coda polemica con la Germania di Merz, che aveva di fatto spalleggiato Trump sul giudizio negativo della Spagna stigmatizzando la ritrosia di Madrid a investire nelle spese militari: "Stiamo cercando di convincere la Spagna a mettersi in pari con il 3-5% del Pil concordato alla Nato", aveva detto il cancelliere. Il ministro degli Esteri di Madrid Albares si è detto "sorpreso" dalla mancata solidarietà di Merz, che poi ha ricalibrato. Ma infine sono stati tutti gli europei a restare sorpresi dal giallo Washington-Madrid.
Dopo la scelta muscolare di Sanchez, no alle basi, è arrivata infatti la comunicazione della Casa Bianca a sostenere che Madrid "coopererà militarmente". Sgretolamento delle certezze. E un messaggio che ha quasi fatto passare Sanchez per un quaquaraquà. È intervenuto ancora il ministro degli Esteri di Madrid a smentire "categoricamente" la Casa Bianca: la posizione del governo spagnolo sui bombardamenti in Iran e sull'uso delle nostre basi "non è cambiata di una virgola, no alla guerra, posizione chiara e inequivocabile". Madrid dice di non aver idea a cosa si riferisse Levitt. Il ministro Albarez si trincera dietro l'accordo bilaterale Usa-Spagna, al di fuori del quale non ci sarà alcun utilizzo di basi. "Qualsiasi operazione deve avvenire nell'ambito delle Nazioni Unite".
Ma i risvolti del botta e risposta restano imprevedibili. Permane inoltre il no britannico a un attacco su vasta scala, con il premier Starmer (foto a sinistra) che cita il precedente dell'Iraq: "Abbiamo imparato la lezione".