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Il giorno in cui Prevost si fece Papa

Leone ci appariva defilato, meno impulsivo del predecessore, per certi tratti più razionale e meno passionale

Il giorno in cui Prevost si fece Papa
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Si chiama Leone, ma fino a ieri non aveva mai sfoderato gli artigli. C'è voluto Donald Trump con la sua goaggine più maleducata che autoriferita per alarglieli. "Non ho paura di lui", è una sentenza che la dice lunga: il pontefice prende le misure all'imperatore del mondo, alla sua vanagloriosa arroganza, si sottrae a un confronto che seminerebbe solo zizzania e in definitiva aerma la sua libertà. È quel che i potenti molto spesso non hanno aerrato nello scontro bimillenario con la Chiesa e i suoi leader: il potere, quando si fa minaccioso e brutale, fa splendere la forza del messaggio cristiano che attraversa questo mondo, ma infine lo oltrepassa.

Leone ci appariva defilato, meno impulsivo del predecessore, per certi tratti più razionale e meno passionale. Ma questo non significava che si fosse adagiato sulle spalle il soce mantello del cappellano della prima potenza terrestre. Il Papa non è pro o contro Trump, semplicemente parla a tutti e a tutti ricorda la sacralità della vita e il valore della pace. Così quando il presidente, con la consueta spavalderia apocalittica, annunciava un possibile ritorno dell'Iran all'età della pietra, il Vaticano faceva presente che certe barriere sono insuperabili e insomma il dovere della verità va oltre le appartenenze. Oltre le logiche mondane, oltre la destra e la sinistra, oltre l'essere liberal o conservatore, oltre la carta d'identità argentina o americana. Leone si è sempre mostrato prudente, misurato, perfino cauto ma questo non significa che sia ossequioso, pavido o connivente con il linguaggio della forza.

Peccato, i funerali di Francesco avevano visto i potenti accalcarsi nella basilica e Trump ci era parso quasi incantato o soggiogato, almeno per un attimo, dal peso della storia che ha le sue radici nel mistero. Poi è cominciato un altro giro di giostra e si possono avanzare tutte le valutazioni possibili e può darsi, anzi è sicuro, che le sorprese non siano finite. Ma certe divisioni saltano davanti ad attacchi così diretti e sconsiderati: la Chiesa, tutta la Chiesa, non può che stare dalla parte di Leone e non si tratta di ranate strategie ma del canone della nostra civiltà. Lo stesso ragionamento vale oltre le latitudini dell'autorità spirituale e segna un punto di rottura perfino superiore a quello ascoltato nelle settimane scorse a proposito della Nato e dell'esibito disprezzo verso i paesi europei. Lì, sia pure in forme sempre paradossali per non aggiungere altro, si coglievano in controluce riflessioni che alimentavano la collera trumpiana e in qualche modo la giustificavano. Siamo dalle parti di certi personaggi paganeggianti che deridevano il Divino e la Bibbia liquida come stolti, accecati della propria sfrontatezza.

Speriamo che Trump faccia un passo indietro e comprenda almeno che la sfida a Leone, se così formulata, è persa in partenza. Certo, quel dito puntato ci porta indietro di secoli e Prevost si avvicina vertiginosamente a Leone Magno, colui che fermò Attila. Disarmato, al punto di cambiare la storia.

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