Il "giovane enarca" al banco della Storia: diventare De Gaulle (a dispetto del Paese)

Macron potrà correggere i suoi errori e lasciare un segno. In una Francia che l'ha votato obtorto collo

Il "giovane enarca" al banco della Storia: diventare De Gaulle (a dispetto del Paese)

Qual è la Francia che attende Manuel Macron nel prossimo quinquennio della sua presidenza? E quale Macron si dovranno attendere i francesi? Il neo-bis presidente è un uomo giovane e di solito i giovani imparano più in fretta dai loro errori rispetto ai vecchi, più tetragoni nell'insistere sulla stessa strada e meno inclini a cambiare rotta in nome delle convenienze. Un doppio mandato permette in fondo di correggere ciò che non ha funzionato e magari di insistere per spiegare meglio ciò che non era stato capito o che era stato erroneamente dato per scontato. Se Macron vuole veramente lasciare un ricordo tangibile della sua presidenza, essere un de Gaulle o un Mitterrand, e non un Hollande o un Sarkozy, questo è il suo momento. La storia, si sa, non ripassa i piatti più di una volta.

Il principale problema di questo brillante «enarca» passato dalle banche d'affari all'Eliseo senza in pratica pagare pegno, è che ha di fronte un Paese deluso, orgoglioso e insieme dubbioso. Un Paese con un welfare sociale che lo indebita fortemente, ma a cui non è disposto a rinunciare. Un Paese dove la frattura fra la cosiddetta Francia profonda, non tanto o solo la campagna e la provincia, ma anche un intero ceto sociale e interclassista alle prese con un potere d'acquisto sempre più debole, e la Francia elitaria dei professionisti, delle grandi città, dei giovani emergenti nell'industria e nel business, è reale come non mai. Trovare il giusto mezzo non è facile, ma non è impossibile, ma per farlo Macron dovrà girare molto, ascoltare ancora di più, non considerare le persone come varianti geometriche semplici pedine di un monopoli internazionale.

È altresì la Francia un Paese che chiamato alla scelte importanti alla fine sceglie sempre la strada già battuta, anche se sconnessa, rispetto a una strada del tutto nuova da costruire. Ciò non toglie che sceglie di malavoglia, in maniera riottosa e per nulla convinta, il che significa che Macron si troverà di qui ai prossimi anni di fronte a un popolo che lo ha votato obtorto collo, non per convinzione. Il che significa che non gliene lascerà passare una. Ci sarà tempo nei prossimi giorni per esaminare con calma il flusso dei voti, le classi sociali, il ruolo delle astensioni, il peso effettivo di quelle che rimangono forse di opposizione e antisistema presenti nell'Esagono. Passata la paura, Macron deve ora darsi da fare per costruire «una certa idea» del Paese e del suo presidente che finora aveva clamorosamente mancato, se non in negativo, il presidente dei ricchi in una nazione che sempre più si scopre e/o si crede povera. La Francia, è noto, ha un complesso di grandeur, compreso un retaggio coloniale che non si è mai rassegnato ad abbandonare. È fortemente laica, ma la massiccia immigrazione al suo interno, anch'essa di natura post-coloniale, l'ha messa a contatto con fenomeni identitari e religiosi a cui finora è stata data una risposta insoddisfacente, un multiculturalismo che è sfuggito di mano, mentre la globalizzazione la corrodeva dall'interno. Fortemente egalitaria, ideologicamente parlando, è anche una nazione paradossalmente corporativa, legata cioè a privilegi consolidati e ritenuti in quanto tali legittimi. Infine, quel suo complesso di grandeur, dà vita appunto, a quella «certa idea della Francia», di gaulliana memoria, che implica un'alta considerazione di sé, non importa quanto ingiustificata.

Macron, lo ripetiamo perché è stata la chiave del suo successo, è un giovane apparso come un outsider in un momento di profonda crisi, pressoché irreversibile, delle tradizionali forze politiche nazionali. Si è fatto strada fra le rovine del socialismo e del gollismo repubblicano, incapaci di mettere su candidature con un minimo di appeal. Ciò significa per lui, per il suo futuro, governare una nazione più preda di risentimenti, frustrazioni, speranze disilluse, paure, che non alla ricerca di un progetto politico tradizionale e radicato nel passato. Ha praticamente contro metà del Paese e forse qualcosa di più, un pieno di rancore e di antipolitica, la sensazione di essere stati defraudati del futuro che rende difficilissimo governarla. La stessa «rivoluzione verde» con cui il neopresidente ha cercato di intercettare, riuscendoci in parte, i voti in libera uscita della sinistra giovane e ecologista, andrà a cozzare inevitabilmente con la «controrivoluzione verde» dei gilets jaunes che nella transizione ecologica non vedono il futuro, ma il disastro a breve termine.

Insomma, i prossimi cinque anni saranno per Macron il banco di prova con cui convincere gli scettici, i delusi, quelli che lo hanno votato «turandosi il naso» gli avversari duri e puri che è il presidente giusto, che è il presidente di tutti, e non l'ennesimo carneade di una nazione sempre più fragile, sempre più stanca, sempre meno potenza europea.

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