Giovanni Gronchi, equidistante tra i due blocchi in cui era diviso il mondo

Sottosegretario del primo governo Mussolini, fondatore della Dc nonché leader della corrente di sinistra, fu tra i primi e più convinti sostenitori dell'apertura al Partito socialista italiano di Nenni, superando la politica centrista

Giovanni Gronchi, equidistante tra i due blocchi in cui era diviso il mondo

Quando fu eletto alla massima carica dello Stato Giovanni Gronchi, 68enne, aveva ricoperto già importanti incarichi politici: sottosegretario all’Industria nel governo Mussolini, e successivamente ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio, rispettivamente nei governi Bonomi (II e III) e De Gasperi. Insomma, aveva un curriculum politico di tutto rispetto e fu il primo esponente della Democrazia cristiana a diventare Presidente della Repubblica.

Nato a Pontedera (Pisa) nel 1887, figlio del contabile di un panificio, fin da ragazzo fu attivo e impegnato nelle organizzazioni giovanili cattoliche. Dopo il liceo classico si iscrisse all’università e, allievo di Giovanni Pascoli, si laureò in lettere alla Scuola Normale di Pisa. Insegnante di filosofia nei licei, andò a combattere da volontario nella Prima guerra mondiale, come ufficiale di fanteria, conquistando una medaglia di argento e una di bronzo al valor militare.

Il ritorno alla vita civile, dopo la Grande guerra, lo vide molto impegnato in politica. Nel gennaio 1919 partecipò alla fondazione del Partito Popolare Italiano, entrando a far parte, dopo alcuni mesi, della direzione e venendo eletto deputato. L’anno successivo fu chiamato a guidare la Confederazione italiana dei lavoratori (progenitrice della Cisl), venendo rieletto alla Camera nel 1921.

Entrato a far parte del governo Mussolini, come sottosegretario all’Industria, si dimise quando il Ppi uscì dalla maggioranza (1923). Dopo le dimissioni di Luigi Sturzo, nel 1924, con altri due esponenti fece parte del triumvirato che guidò il partito, e nel ’24 fu rieletto deputato. Contro il fascismo aderì alla protesta dell’Aventino e, dopo le leggi fascistissime, fu dichiarato decaduto dal parlamento. Ritiratosi a vita privata, svolse il lavoro di agente di commercio e industriale, rientrando in politica nel 1942, quando con alcuni altri esponenti cattolici, tra i quali De Gasperi, pose le basi per la nascita della Democrazia cristiana. Nel 1946 fu eletto all’Assemblea costituente. Eletto alla Camera nel 1948 e nel 1953, fu uno dei più autorevoli esponenti della sinistra Dc, insieme a Dossetti, La Pira e Fanfani.

L’elezione al Quirinale, nel 1955, arrivò nonostante gli sforzi del segretario del suo partito, Fanfani, di far eleggere Cesare Merzagora. Lo “scherzetto” che Fanfani aveva fatto qualche anno prima a De Gasperi questa volta gli si ritorse contro. Gronchi fu eletto grazie ai voti della sinistra Dc e delle forze della sinistra (più alcuni settori della destra), nonostante gli sforzi contrari portati avanti dal capo del governo, il democristiano di destra Mario Scelba. Fin dall’inizio, con il suo discorso di insediamento, si capì subito che Gronchi sarebbe stato un presidente scomodo, sicuramente autonomo e non legato agli interessi di un partito. La sua elezione fece storcere la bocca agli Stati Uniti, che lo consideravano troppo poco atlantico, ma paradossalmente anche l’Unione sovietica non lo avrebbe amato. Tra i suoi sostenitori, inoltre, Gronchi ebbe Enrico Mattei, potentissimo presidente della neonata Eni, che giocherà un ruolo sempre più importante nella politica italiana, con forti influenze nelle questioni estere.

Fortemente critico della partitocrazia (in alcuni discorsi parlava apertamente di dittatura dei partiti), Gronchi era stato eletto al Colle proprio in virtù di un gesto di ribellione che, in occasione del voto a camere riunite, aveva fatto saltare le discipline di partito. E sfidò il suo stesso partito, la Dc, nell’affidare alcuni incarichi per formare il governo (ad Antonio Segni), sia volendo dettare la linea in politica estera, ma anche in quella interna, spingendo verso un’effettiva apertura alle masse (di fatto il via libera all’asse Dc-Psi). Senza ombra di dubbio la presidenza Gronchi fu, ideologicamente, agli antipodi rispetto a quella di Einaudi, con ampie aperture al mondo sindacale e persino al Pci.

Nel suo settennato Gronchi scatenò due crisi diplomatiche. La prima quando, poco prima di una visita di Stato a Washington, rilasciò un’intervista in cui propose la riunificazione delle due Germanie e la loro neutralità per 20 anni. Comunicò poi questa sua proposta all’ambasciatore dell’Urss, che a nome di Mosca mostrò interesse. Peccato che quella sua idea non fosse stata minimamente concordata con il governo italiano, mandando su tutte le furie il presidente del consiglio Antonio Segni, il suo vice Giuseppe Saragat e il ministro degli Esteri Gaetano Martino. Gronchi fu costretto dall’esecutivo, proprio prima di partire per gli Usa, a correggere le sue posizioni.

Un’altra crisi derivò da una lettera che Gronchi scrisse, nel 1957, al presidente Usa Dwight Eisenhower: il presidente della Repubblica vi espresse diversi obiettivi di politica estera, senza però aver minimamente consultato il ministro degli Esteri. Questa mossa indusse il capo della Farnesina, Martino, dopo essersi consultato con il presidente del Consiglio Segni, a bloccare la missiva non inviandola negli Stati Uniti. In punta di diritto ciò avvenne per non aprire la strada a una repubblica di tipo presidenziale, cosa non prevista dalla Costituzione.

Nonostante questi inciampi Gronchi non rinunciò mai alle proprie iniziative personali, molte delle quali in politica estera, ponendosi come “mediatore” tra l’Occidente europeo e i paesi arabi, dopo la grave crisi del canale di Suez. Linea politica, ancora una volta, personale, in perfetta sintonia con l’Eni di Mattei.

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