"Il giustizialismo grillino sta morendo: al governo si fatica a essere duri e puri"

Il costituzionalista: "Siamo a un punto di non ritorno, non ci possiamo permettere rinvii. Il testo approvato dal Cdm è una buona soluzione"

"Il giustizialismo grillino sta morendo: al governo si fatica a essere duri e puri"

Il professor Alfonso Celotto, costituzionalista, taglia subito a corto: la riforma della Giustizia serve in tempi rapidi. Perché la situazione è drammatica. Ora conviene intervenire sui tempi, come vorrebbero il premier Mario Draghi ed il ministro Marta Cartabia. Poi, una volta segnato questo punto, si potrà procedere con dei miglioramenti. Pd e Cinque stelle - lascia intendere l'esperto - non dovrebbero traccheggiare.

Professore, siamo allo spartiacque sulla giustizia?

«Il problema della giustizia in Italia è molto grave. Dalle nostre parti un processo dura in media sette anni, mentre in Francia ne dura tre. Sono dati impressionanti. Sappiamo di aver circa due milioni di processi pendenti, dunque c'è bisogno di una soluzione drastica. Un processo affidabile fornisce certezza del diritto e credibilità».

Quindi?

«Quindi una giustizia efficiente ce la chiede l'Europa ma serve in primis a noi».

E come giudica l'atteggiamento di Conte?

«Guardi, esiste una vecchia tecnica politica che viene chiamata benaltrismo: in ogni circostanza è sempre meglio ben altro. Mi pare però di poter dire che sulla giustizia siamo arrivati ad un punto di non ritorno».

Senza appello?

«La nostra giustizia funziona troppo male. Abbiamo bisogno di una modifica, dunque siamo nella condizione di dover accettare la riforma. Pensi ai tempi, alla confusione e alla mancanza di unità d'indirizzo. Del progetto Draghi-Cartabia si potrebbe discutere. Magari nel tempo si farà altro. Tutto è perfettibile. Ma è una buona riforma, che è richiesta dall'Europa e che sembrava anche condivisa dal Consiglio dei Ministri. Poi sono iniziati i distinguo».

Distinguo che iniziano ad emergere, oltre che tra i grillini, pure nel Pd...

«Mi pare siano iniziati gli inseguimenti. Questo però è un tema su cui non ce li possiamo permettere. L'ho già detto: non è la migliore delle riforme possibili, ma noi ne abbiamo bisogno perché la Giustizia funziona troppo male. Tutti questi distinguo generano variegate posizioni. Così si rischia di replicare il clima del Ddl Zan: talmente tante posizioni in campo da impedire agli stessi politici di comprendere il quadro».

Vede margini per fare una riforma migliore?

«Non faccia essere benaltrista anche me. Questa riforma interviene per lo più sulle tempistiche dei processi, introducendo una cadenza di ritmo. Una soluzione ulteriore potrebbe essere quella di porre rimedio al numero dei processi. Forse dovremmo trovare soluzioni alternative per far sì che alcune vicende non finiscano in tribunale. Abbiamo cause che riguardano persone che litigano per come si stendono i panni. Cause che restano pendenti per vent'anni ed arrivano in Cassazione. Per ora va bene puntare ad avere tempi brevi».

Il giustizialismo grillino è finito?

«Una certa idea di Movimento 5 stelle sta volgendo al termine. Ci siamo resi conto che, per un partito che nasce come opposizione, andare al governo significa avere difficoltà a tenere una posizione».

Sembra che il clima sulla giustizia in Italia sia mutato nel profondo. Questo riguarda pure l'opinione sulla magistratura?

«Prima la magistratura sembrava davvero un potere terzo, che era nato con la Rivoluzione francese. Si diceva la bocca della legge, cioè applicare la legge e basta. Poi, con Tangentopoli, si è creata un'interferenza, che è continuata con le vicende di Berlusconi, con quelle di Renzi e con il caso Palamara. Il rapporto tra giustizia e politica si è intrecciato a livelli tali che ancora oggi non si vedono soluzioni per far tornare ciascuno al suo posto».

E la soluzione qual è?

«Se la avessi, avrei scritto io il decreto. Il punto è davvero complesso. La rappresentanza della magistratura si è consolidata sempre di più attraverso le correnti. Ora, alcuni ritengono che rompere il ruolo delle correnti costituisca il modo per ridare slancio alla rappresentanza, dunque propongono il sorteggio, ma è un metodo che veniva usato già nell'Atene del quinto secolo. E comunque il sorteggiato appartiene comunque a una delle correnti. Bisogna pensare ad un nuovo modo di approcciare al Csm. Una modalità che non è ancora emersa. Questo spiega quanto sia problematica la questione».

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