Il governo cerca la app che traccia i movimenti

Da un lato c'è la nostra salute, dall'altro la nostra privacy. In questo momento la prima sembra nettamente in vantaggio

Da un lato c'è la nostra salute, dall'altro la nostra privacy. In questo momento la prima sembra nettamente in vantaggio. E così probabilmente saranno ignorate di chi protesta contro la possibilità di utilizzare in tutta Italia una app che tracci gli spostamenti delle persone e che aiuti ad arginare il diffondersi del contagio da coronavirus.

Il modello è quello applicato dalla Corea del Sud, che è stato uno dei primi Paesi focolaio del virus ma che ha visto un rapido appiattimento della curva dei contagi. Anche grazie all'utilizzo della tecnologia che ora anche il governo vorrebbe sfruttare. In questi giorni Palazzo Chigi sta cerando esperti in grado di suggerire le migliori soluzioni tecnologiche che contemperino efficacia, applicabilità tecnica e rispetto del massimo livello possibile di privacy.

La soluzione più efficace sembra essere una applicazione che tutti gli italiani dovrebbero scaricare sul proprio smartphone. In Corea si chiama «Corona 100m» e, oltre a inviare messaggi alla popolazione sul comportamento da adottare contro l'epidemia, traccia gli spostamenti in maniera tale da poter capire dove sono state e con chi sono entrte in contatto le persone contagiate. Una soluzione che permetterebbe di isolare i positivi e quelli a rischio e di conseguenza consentirebbe una parziale ripartenza della vita normale per tutti gli altri. In Italia una app del genere ancora non esiste, andrebbe sviluppata e poi aspettare che la gran parte degli italiani la scarichi.

Altra possibilità, adottare il metodo israeliano, che prevede la stessa durissima sorveglianza digitale solitamente applicata all'antiterrorismo. Lo Shin Bet, l'agenzia di sicurezza governativa, può tracciare i telefoni per individuare gli spostamenti dei contagiati e far rispettare la quarantena. Una misura veramente pesante da un punto di vista della privacy.

Terza possibilità, quello di «digitalizzare» le interviste fatte a chi risulta positivo al coronavirus che servono a capire gli spostamenti, i luoghi e le persone frequentate nei dieci giorni precedenti. In pratica invece di affidarsi alle dichiarazioni spesso lacunose degli interessate, verrebbero utilizzati i «Big Data», ovvero le tracce della nostra attività sociale che lasciamo su internet.

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