Il governo strappa la fiducia tra cori, gaffes e accuse a Fico

Scontato disco verde: 327 sì e 228 contrari. Pure Conte si prende un gilet di Fi. Oggi il via libera definitivo

Nel dibattito fasullo sulla legge di bilancio che chiude l'anno umiliando la Camera, ci si aggrappa a una citazione di Amos Oz come a una ciambella di salvataggio. La lancia Vittorio Sgarbi cui, nel Parlamento commissariato via Twitter, spetta l'insolito ruolo di anziano saggio. Il resto è un disperato tentativo delle opposizioni di farsi sentire, colorando l'aula con i gilet azzurri di Forza Italia o con una raffica di mini interventi da parte di Pd e Fratelli d'Italia, cercando di scuotere la maggioranza sorvegliata a vista dal premier Conte e dal vice Di Maio.

I deputati Dem si iscrivono a parlare a titolo personale nella massima misura possibile per moltiplicare gli interventi. Un modo per mettere sul tavolo i tanti lati oscuri di una manovra votata per la prima volta senza la minima possibilità di esame parlamentare. Uno alla volta emergono i no alle infrastrutture, i tagli all'editoria, lo stop alla proroga della zone franche urbane, la dimenticanza delle vittime dei crac bancari (Banca Marche, Ferrara, Chieti ed Etruria escluse dai fondi stanziati), i tanti condoni, i tagli alla cultura, l'aumento delle tasse sul volontariato e in generale il rincaro della pressione fiscale. E, ovviamente, l'impoverimento delle pensioni. Solo testimonianza, naturalmente, perché il copione della legge di bilancio è già scritto e non poteva essere cambiato a rischio di finire in esercizio provvisorio. Non tutte chiacchiere al vento però: l'approvazione della legge di bilancio 2019 (ieri incassata la fiducia con 327 sì e 228 no) provoca il primo vero sussulto delle opposizioni. Tant'è che la Lega sbotta per «l'atteggiamento ridicolo e inspiegabile» di Forza Italia e Mara Carfagna rintuzza: «Ma che manovra avete visto? Ci hanno eletti per ridurre le tasse».

A ravvivare il resto della seduta alla Camera, ci pensano un paio di siparietti. Il primo è l'interruzione della seduta ordinata dal presidente Fico quando i deputati di Forza Italia indossano i gilet azzurri con scritto «Giù le mani dal non profit» o «basta tasse». A fine seduta gli azzurri li distribuiscono e, sorpresa, ne prende uno anche Conte.

Il secondo momento di vivacità è tutto «merito» di un eccesso di entusiasmo di Teresa Manzo, matricola grillina della Camera che, galvanizzata dall'incarico di pronunciare lo scontato «sì» dei 5 Stelle alla manovra, prima ringrazia il suo capogruppo complimentandosi per la nascita della figlia, poi si lancia in un fantasioso elogio della «manovra del popolo» che abolisce la povertà, abbassa le tasse, aumenta le pensioni e, insomma, regala il sol dell'avvenire. Nella foga, la deputata infila anche qualche vecchio slogan dei bei tempi del vaffa, dando in sostanza dei truffatori ai deputati Dem. L'incerta deputata di Castellammare di Stabia li insulta rivolgendosi direttamente ai colleghi parlamentari, in violazione del regolamento della Camera che prescrive di parlare al presidente dell'aula, evitando ingiurie. Roberto Fico non fa un plissé e provoca l'insurrezione dei deputati pd che lo incalzano mettendolo in difficoltà. Ancora una volta Fico viene accusato di parzialità e, pressato da Roberto Giachetti, ne esce assicurando che avrebbe riascoltato l'intervento della compagna di partito per valutare l'eventuale censura.

La parola «truffa» però si è ormai insinuata nel dibattito come un tormentone. E in fondo ci sta: cos'altro è un dibattito sulla manovra senza poterla leggere e modificare?

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