Quando Donald Trump, all'indomani del suo insediamento lo scorso gennaio e di nuovo a marzo, nel discorso sullo Stato dell'Unione, dichiarò che "gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia", al netto delle reazioni perlopiù sdegnate, nessuno lo prese troppo sul serio. L'argomento è rimasto per mesi sotto traccia, superato da altre priorità. Nessuno, peraltro, ricordò che già la precedente amministrazione Biden aveva creato una divisione apposita in seno al Pentagono, l'Arctic and Global Resilience Policy Office, che nel 2024 aveva elaborato una strategia per aumentare la presenza militare Usa nell'Artico. Ora, nel mezzo della seconda crisi iraniana di questa presidenza e nell'incertezza sul futuro del protettorato Usa sul Venezuela, Trump ha impresso una brusca accelerazione al dossier.
Il post con il quale il presidente ha dato il "la" alla giornata nella quale era convocato a Washington l'incontro tra i rappresentanti americani e quelli di Copenaghen e Nuuk non è sembrato offrire molti margini di trattativa. "Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale. La Nato diventa molto più formidabile ed efficace con la Groenlandia nelle mani degli Usa. Qualunque cosa al di sotto di questo è inaccettabile", le parole del tycoon. L'incontro nell'Eisenhower Building, l'edificio adiacente la Casa Bianca, che ha ospitato il faccia a faccia tra il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio da una parte, e i ministri degli Esteri danese e groenlandese Lars Lokke Rasmussen e Vivian Motzfeldt dall'altra, è stato preceduto dalla promessa del ministro della Difesa danese Troels Lund Poulsen di un "rafforzamento" della presenza militare nell'area. La Svezia ha annunciato l'invio di personale militare per una serie di esercitazioni. Anche Berlino confermava che da oggi verranno inviati i primi militari tedeschi. Lo stesso annunciava Parigi. Una prima risposta alle accuse di Trump, secondo il quale l'isola sarebbe al momento difesa da "quattro cani-slitta".
In ballo c'è anche il futuro della Nato, per la quale Trump ha rivendicato il ruolo americano di primo azionista. La Groenlandia "è fondamentale per il Golden Dome che stiamo costruendo. La Nato dovrebbe aprirci la strada per ottenerla. Se non lo facciamo noi, lo faranno la Russia o la Cina, e questo non può accadere! Dal punto di vista militare, senza il vasto potere degli Stati Uniti, la Nato non sarebbe una forza efficace o un deterrente, neanche lontanamente! La Nato diventa molto più formidabile ed efficace con la Groenlandia nelle mani degli Stati Uniti", sono ancora le sue parole. Inevitabili le reazioni in Europa: da Ursula von der Leyen, "la Groenlandia appartiene al suo popolo ed è parte della Nato"; a Emmanuel Macron, che ha parlato di "conseguenze a cascata" e "senza precedenti"; ad Antonio Tajani, "il destino della Groenlandia lo decidono i suoi cittadini". Dopo l'incontro con Vance e Rubio, Rasmussen e Motzfeldt hanno incontrato i giornalisti, confermando sia l'impegno di Copenaghen per un rafforzamento della sicurezza nell'Artico che la distanza con le posizioni di Washington: "Siamo pronti e disposti a fare di più", ma gli Stati Uniti hanno già "ampio accesso militare" all'isola e se vogliono aumentare la loro presenza la loro richiesta sarà "esaminata". Ma l'acquisizione della Groenlandia da parte degli Usa "non è assolutamente necessaria" e il mancato rispetto della sua integrità territoriale "è inaccettabile".
"Siamo in disaccordo con il presidente Trump, ma continueremo a parlare", assicurava ancora Rasmussen, annunciando la formazione di "un gruppo di alto livello" mentre Motzfeldt ribadiva, "non vogliamo essere controllati da Washington". Alla fine, i due ammettevano: "Finora non siamo riusciti a far cambiare posizione a Trump".