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La guerra ibrida degli ayatollah: così fanno propaganda in Occidente

Non solo attacchi hacker e repressione interna, il regime veicola in rete contenuti per i filo pasdaran

La guerra ibrida degli ayatollah: così fanno propaganda in Occidente
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È possibile bucare le difese dell'Occidente? E in che modo l'Iran fa propaganda qui da noi? Attivando movimenti e cellule vicine ai pasdaran attive in Europa. Raggiungendole spammando la rete di materiale utile al regime. E, quando possibile, facendo più male possibile con violenti attacchi cyber. Mentre sul campo si combatte coi missili e i blocchi commerciali, gli ayatollah preparano un altro assalto informatico.

In Iran il blackout della rete internet è il più lungo di sempre: da oltre mille ore i cittadini sono al buio. Sul piano istituzionale il regime presidia lo spazio informativo con una grammatica consolidata. Per contrastare i tentativi di connessione le autorità di vigilanza usano strumenti militari, come i jammer che inibiscono tutte le frequenze radio, e adottano misure sempre più aspre per fermare il traffico dei dispositivi Starlink. In questo quadro di repressione interna si inserisce anche la guerra memetica (meme warfare). Questa forma moderna di guerra, che è informativa oltre che psicologica, prevede la diffusione di meme talvolta ironici, altre visivamente aggressivi, spesso costruiti con intelligenza artificiale e codici pop globali. E i meme sono ovviamente solo uno dei tanti contenuti veicolati online dai pasdaran in rete. "La logica non è (solo) ideologica, ma algoritmica - spiega al Giornale una fonte - comprimere il conflitto in formati condivisibili". Il passaggio decisivo avviene quando la propaganda buca il linguaggio dei feed, smette di sembrare tale e diventa virale.

Nelle ultime settimane numerosi network vicini al regime iraniano hanno dimostrato una crescente capacità di parlare direttamente a quel pubblico occidentale prima marcatamente pro Pal e pro Hamas e adesso filo pasdaran. Il paradosso alla base della meme warfare è che, mentre rimane rigido all'interno, il sistema diventa sorprendentemente adattivo all'esterno. E questo vale anche nel dominio cyber dove gli analisti osservano la stessa ibridazione tra operazioni tecniche e costruzione narrativa. È il caso, per esempio, di Homeland Justice: non un semplice aggregatore ma una facciata hacktivista da cui sferrano attacchi DDoS, defacement di siti web o leak di dati.

Teheran combatte questa guerra anche fuori dai suoi confini usando gruppi come Handala Hack, che garantisce linee di comunicazione criptate e fa attacchi cyber su siti strategici di Paesi del Golfo, e Cyber Islamic Resistance che, come una electronic operations room, coordina gruppi minori in attacchi sincronizzati. Allo stesso modo l'Asse della Resistenza coordina, sotto la guida del regime, team come RipperSec e Cyb3rDrag0nzz. E poi usa cellule disseminate in Libano, Yemen e Iraq e ponti filorussi e filocinesi.

In Italia è attivo uno schermo invisibile che protegge il perimetro cibernetico grazie a esperti di sicurezza informatica detti white hat. Professionisti altamente specializzati che operano in aziende esclusive. È il caso, per esempio, di Leonardo, società, alla cui guida ora c'è Lorenzo Mariani, leader globale nella cybersecurity di infrastrutture critiche, difesa e spazio. Deas Cyber+, fondata da Stefania Ranzato, offre invece soluzioni per la sicurezza cibernetica e attività di intelligence.

E infine c'è Telsy del gruppo Tim che è specializzata in sicurezza informatica e comunicazioni cifrate.

Non bisogna mai dimenticare la centralità della guerra delle informazioni su cui i regimi investono da sempre. E ora più che mai.

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