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I due fronti di Bibi: gli ayatollah e il Partito di Dio

Tel Aviv alle prese con le sfide fatali per la sua esistenza

I due fronti di Bibi: gli ayatollah e il Partito di Dio
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Israele è puntata su due fronti fatali. Da una parte Islamabad, dall'altra anche ieri missili e droni hanno colpito a Kiriat Shmone, a Shlomi, sul Carmelo. A Islamabad l'Iran arriva quasi totalmente privato della sua leadership, dei suoi generali, dei suoi leader spirituali, con l'economia distrutta, missili, lanciamissili e fabbriche a pezzi, misera la minaccia maggiore, quella di usare il suo uranio arricchito al 60%, sepolto sotto mucchi di rovine. Eppure sfodera due "precondizioni", bloccare la guerra di Israele contro gli Hezbollah e la restituzione dei fondi bloccati. È la mentalità tipica dello sfoggio della forza minacciosa, quella che salva l'onore del capo delegazione Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento, capo delle Guardie della Rivoluzione e dei Basiji, e di Abbad Araghchi, ministro degli Esteri.

Lo Stretto di Hormuz è il primo protagonista della discussione, Trump l'ha nominato come irrinunciabile insieme all'abbandono del nucleare o finisce in guerra definitiva. Intanto pare che siano passate due navi americane, ma la questione è difficilissima anche perché lo Stretto è minato, e quindi gli americani devono vedersela anche con questo problema oltre che con l'Iran. La trattativa è affidata alla leadership del vicepresidente JD Vance che, alla presenza di Shabaz Sharif, ha condotto insieme a Steve Witkoff e Jared Kushner, inviati speciali del presidente, alcune ore di colloquio. Dei delegati iraniani, Trump aveva detto che "la sola ragione per cui sono vivi oggi, è per negoziare", ovvero, in primis, per strappare Hormuz e l'uranio all'estorsione iraniana. Vance non è di buon umore: "Si accorgeranno presto che la nostra delegazione non è tanto disponibile alle loro pretese".

Israele, che tiene stretto il rapporto di acciaio con gli Usa, pure non può scordare mai la necessità primaria che l'Iran non sia più il Paese che usa la minaccia di distruzione atomica come carta principale della sua politica. La questione del Libano è parte della forza dell'Iran, che ha mobilitato il suo scudo principale, gli Hezbollah, che seguitano a sparare: è una provocazione. Si combatte senza lasciare il Sud del Libano, l'esercito non si è spinto più fino a Beirut, risparmiando così anche simbolicamente quello stesso governo che dovrebbe finalmente prendere la responsabilità di disarmare la forza terrorista nel prossimo incontro di pace previsto per martedì. Cominciano allora a Washington i colloqui al Dipartimento di Stato: parteciperanno Yehiel Leiter, l'ambasciatore israeliano, padre di Moshe, un ufficiale eroicamente caduto a Gaza, l'ambasciatrice libanese Nada Hamadeh e Michael Issa, ambasciatore americano a Beirut.

I tre si sono già parlati ieri al telefono, e Leiter ha chiarito che Israele è pronto a cessare il fuoco solo nel caso sia chiaro il programma di destrutturazione degli Hezbollah come forza armata. Obiettivo già fallito dal governo libanese anche dopo l'impegno del 2024. Islamabad e il confine libanese sono affacciati l'uno sull'altro.

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