I giudici si prendono 10 giorni per decidere sul referendum

Milano, slitta il verdetto sui ricorsi contro il quesito unico Il rischio rinvio del voto per via giudiziaria è più vicino

A ncora 10 giorni appesi a un filo. C'è un magistrato, a Milano, che deve prendere una decisione pesante, perché potrebbe influire sul referendum costituzionale del 4 dicembre, addirittura farlo slittare. E che fa? Rinvia.

Non deve entrare nel merito, il che renderebbe complessa la scelta, ma solo valutare se è fondata la tesi sostenuta da un ex presidente della Corte costituzionale, Valerio Onida, sull'eterogeneità del quesito, e in questo caso sollevare la questione di legittimità sulla legge istitutiva del referendum (che non prevede lo «spacchettamento» di fronte a più temi) davanti alla Consulta. Che poi dovrà, a sua volta, vagliarne l'ammissibilità ed eventualmente pronunciarsi sul cuore del problema.

Quella che si richiede al giudice civile di Milano Loreta Dorigo è dunque una decisione preliminare, ma dal forte impatto politico in un momento in cui è infuocato il dibattito su un possibile rinvio del voto. Forse al magistrato tremano i polsi perché fa sapere per bocca del suo capo, il presidente della Prima sezione civile Paola Maria Gandolfi, che «non prima di 10 giorni» arriverà l'ordinanza tanto attesa.

Eppure, il ricorso di Onida e della professoressa Barbara Randazzo è stato presentato l'11 ottobre e il 27 se n'è discusso in udienza, come sull'analogo ricorso del pool di 5 avvocati che ha già vinto la battaglia sul Porcellum.

Finora la Dorigo ha solo deciso di non accorparli, ma di esaminarli separatamente. Si è presa qualche giorno, i rumors facevano pensare che ieri si sarebbe chiuso almeno questo primo capitolo e invece no. Infatti il giudice ha allontanato un gruppo di giornalisti in attesa davanti al suo ufficio chiedendo di lasciarle «serenità» e poi ha fatto sapere che le ci vorrà un tempo infinito, data a situazione.

Vuol dire che la sorte dei ricorsi si saprà nella settimana dal 14 novembre, proprio a ridosso dal voto. Che dovrà fare la Dorigo in questi 10 giorni non è chiaro, visto che ha tutte le carte su cui deve ragionare per stabilire se inviare gli atti a Roma o rigettare i ricorsi. Nel terzo caso, potrebbe richiedere ulteriori chiarimenti, come la citazione dei comitati promotori del referendum che manca nel documento di Onida. E ancora sarebbe tutto rinviato.

Questo mentre il Paese rimane col fiato sospeso, visto che il referendum ha ormai assunto un peso politico enorme e vi si legano le sorti del governo Renzi. L'ipotesi del rinvio causa terremoto, avanzata per primo da Pierluigi Castagnetti e poi appoggiata dall'alleato di governo del premier Angelino Alfano, ufficialmente è stata accantonata.

Ma un rinvio per via giudiziaria ancora aleggia nell'aria. Perché certo, se la Dorigo investisse l'Alta corte di un giudizio di costituzionalità sulla legge che istituisce il referendum, andare a votare senza spacchettare il quesito potrebbe sollevare dubbi sulla legittimità del risultato. Se poi la Corte desse ragione ad Onida, si direbbe che la «libertà di voto» degli italiani è stata violata con un quesito multiplo ridotto ad un Si o No. Ecco perché un rinvio potrebbe essere imposto a Matteo Renzi e Sergio Mattarella dall'opportunità politica di non lasciare ombre sul risultato referendario.

Per Onida e per uno dei 5 avvocati del pool, Felice Besostri, la stessa Corte costituzionale avrebbe il potere di sospendere il voto, in attesa della sua pronuncia. Ma questi 10 giorni di limbo allontanano l'eventuale investitura della Consulta della questione. Il suo verdetto potrebbe arrivare, salvo una fretta irrituale, in primavera. A giochi fatti.

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