I giudici temono il voto popolare. L'idea di accettare funzioni separate e il sorteggio Csm

A lmeno due referendum sono inevitabili, perché sulle riforme che invocano non c'è ombra di trattativa in Parlamento

I giudici temono il voto popolare. L'idea di accettare funzioni separate e il sorteggio Csm

A lmeno due referendum sono inevitabili, perché sulle riforme che invocano non c'è ombra di trattativa in Parlamento. Anche se ieri, dopo il pronunciamento della Corte costituzionale, da più versanti la politica indica la strada delle riforme per affiancare e magari rendere superflue le consultazioni sulla giustizia che hanno avuto l'ok della Consulta, la percezione è che ormai il dado sia tratto. E che il prossimo maggio gli elettori saranno chiamati a esprimersi in quello che comunque si annuncia come un referendum sulla giustizia italiana, sulle sue storture e, in qualche modo, anche sui suoi protagonisti principali: i magistrati. Il fatto che non si andrà a votare sul quesito scottante sulla responsabilità civile dei giudici, bocciato dalla Corte, depotenzia solo in parte la portata dello scontro.

Che si vada a una sfida frontale lo dà ormai per scontato anche Armando Spataro, figura storica della magistratura organizzata, che ieri chiama alla mobilitazione del fronte del no su tutti i quesiti, «in particolare sulla separazione delle carriere». Ma Spataro è il primo a sapere che i tempi sono molto cambiati da quando - undici anni fa - gli italiani accorsero alle urne per schierarsi accanto alle toghe, azzerando col 94% di voti la legge che i magistrati accusavano di essere una norma ad personam per salvare Berlusconi.

Da allora molta acqua è passata, e i referendum arrivano alla fine di un anno orribile per l'immagine della magistratura italiana, con le rivelazioni del caso Palamara seguite a ruota dagli scontri inverosimili nella Procura di Milano e chiuso dallo scontro istituzionale tutt'ora aperto tra il Csm e il Consiglio di Stato. Anche i vertici dell'Associazione nazionale magistrati sono ben consapevoli - già da prima che glielo ricordasse esplicitamente il presidente Sergio Mattarella - che la credibilità della giustizia italiana è oggi ai minimi storici. E che il voto sui referendum rischia di consacrare questo discredito, sia con un'alta affluenza alle urne sia con un esito che - soprattutto su parte dei quesiti - potrebbe premiare i sì all'abrogazione.

A lungo le correnti dell'Anm hanno infatti sperato che la Corte costituzionale dichiarasse inammissibili tutti i quesiti radical-leghisti sulla giustizia. È possibile che martedì sera il primo verdetto della Consulta, con la bocciatura della consultazione sull'eutanasia, avesse fatto ben sperare. Ieri invece arriva la doccia fredda con il via libera a cinque dei sei quesiti sulla giustizia. E l'orologio sembra tornare indietro di trentacinque anni, al 1987, quando il trionfo del referendum radicale segnò una cocente sconfitta per l'immagine delle toghe: ma Mani Pulite era di là da venire, e il mito del magistrato non era ancora entrato nell'immaginario collettivo. Per l'80 per cento degli italiani, allora i pm erano quelli che avevano messo Tortora innocente in galera.

Oggi non siamo a quel punto. Ma che il clima sia cambiato rispetto all'epoca dei girotondi intorno ai tribunali è sotto gli occhi di tutti. E così, al di là delle posizioni ufficiali, nelle componenti più pragmatiche dell'Anm e nei suoi referenti politici comincia a serpeggiare l'idea che il modo migliore per limitare i danni sia dare il via libera a alcune riforme finora considerate indigeribili, come quelle sul sorteggio «temperato» del Csm e sulla separazione delle funzioni avanzate da Forza Italia. Per come sono strutturati i quesiti referendari, se le proposte forziste venissero approvate così come sono avrebbero quasi sicuramente l'effetto di disinnescare quei due referendum. A quel punto, tolto di mezzo dalla Consulta lo scomodo quesito sulla responsabilità civile, si andrebbe al voto solo su legge Severino e custodia cautelare, che sono i due quesiti su cui però il centrodestra si presenta spaccato, e dove quindi la vittoria del «no» è più a portata di mano.

Insomma, forse le strade per non uscirne troppo malconci i giudici le hanno ancora: ma ci sarebbe prima da superare l'ostracismo dell'ala dura delle correnti. A meno che, come paventano già ieri i radicali, non si pensi già di dribblare il voto con riforme che non riformano nulla.

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