Se i poteri forti sognano un Quirinale "amico"

I "poteri forti", cioè le grandi istituzioni finanziarie internazionali, più la Ue e gli Usa, hanno cambiato idea: non desiderano più Draghi a Palazzo Chigi, ora lo vogliono al Quirinale.

Se i poteri forti sognano un Quirinale "amico"

I «poteri forti», cioè le grandi istituzioni finanziarie internazionali, più la Ue e gli Usa, hanno cambiato idea: non desiderano più Draghi a Palazzo Chigi, ora lo vogliono al Quirinale. Uno schieramento in cui manca solo l'Imperatore Galattico, per gli amanti di Asimov. Non è difficile capire la ragione di questo mutamento e del resto l'hanno anche spiegato candidamente: alla presidenza del Consiglio Draghi durerebbe al massimo fino al prossimo anno, e sarebbe un re travicello, al Quirinale resterebbe per sette anni, inamovibile. Indubbiamente Draghi garantisce, soprattutto la Ue e le sue istituzioni, che egli difenderà la sovranità quella europea, di cui del resto egli è il massimo teorico assieme all'amico Macron, che ha molte chance di essere rieletto. Il che vuol dire che tutte le decisioni prese dall'Italia saranno concordate con la Ue e con i suoi governi: è una sovranità condivisa, anche se non pare che sia reciproca. Chiunque pensi a un Draghi diverso, a un Draghi «sovranista nazionale» diciamo cosi, fa torto alla sua intelligenza, alla sua coerenza, al suo spessore intellettuale. Per cui egli alla Presidenza della Repubblica dovrà garantire che l'Italia non esca dal perimetro europeo e anche dagli accordi con altre potenze, a cominciare dagli Usa. Chi crede perciò che, una volta vinte le elezioni, con un programma sgradito alla Ue, alle grandi istituzioni finanziarie o agli Stati Uniti di Biden, o a tutte e tre, egli lo possa applicare proprio perché «coperto» da Draghi, abbisogna di un lungo bagno nelle acque del realismo politico. Ma si dirà: e il voto? Per governare un paese importante, oggi, o comunque uno della Ue, non basta vincere le elezioni. Queste garantiscono la legittimità formale. Ma esiste un altro parametro, chiamato legittimazione. E questa la garantiscono non gli elettori ma gli arcana Imperii, gli obblighi internazionali, i trattati, le consuetudini, tutte quelle entità che il grande Guglielmo Ferrero chiamava «i geni invisibili della città»: dove la città in questo caso è l'Unione Europea. Detto in soldoni: è molto improbabile che Draghi al Quirinale possa incaricare dopo le elezioni un sovranista, qualcuno che non appartiene ai principali partiti Ue, e che non fornisce garanzie a tutti questi attori. A meno che lo schieramento guidato dal sovranista non ottenga una schiacciante maggioranza: cosa improbabile, soprattutto con questa legge elettorale. E anche in quel caso, il presidente della Repubblica farebbe valere tutti i suoi importanti poteri, per garantire che il paese non vada contro la «sovranità europea». Non vogliamo concedere che tutto questo sia giusto ma, come diceva Klaus Kinski in Il Buono il brutto il cattivo, «il mondo è piccolo e anche molto spietato».

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