I soloni muti. Tranne Re Giorgio

I soloni muti. Tranne Re Giorgio

È il governo del cambiamento. Ci avevano avvisati. Ma noi speravamo che a cambiare fossero le cose, invece qui cambiano solo le idee. Ieri la manovra finanziaria dopo una lunghissima e travagliata gestazione è arrivata in Aula senza che nessuno potesse leggerla. E, giustamente, le opposizioni hanno gridato allo scandalo, alla mortificazione del Parlamento, allo sputacchiamento della benemerita carta costituzionale, che nelle aule vede il centro della vita democratica. Il governo del popolo, con un colpo di mano, approva leggi (vedi giustizia e fisco) in odore di incostituzionalità. Il solito gioco delle parti, potrebbe obiettare qualcuno. Però alla vigilia di questo bizzarro Natale, che sotto l'albero annovera per una volta anche i pacchi (in tutti i sensi) della politica, c'è qualcosa di nuovo. Perché le proteste che si sono elevate dai banchi delle opposizioni, questa volta, sono voci sole. In altri tempi si sarebbe udito un coro polifonico di intellettuali barbuti, costituzionalisti canuti, moralisti imbolsiti e giornalisti in cattedra. E invece? Niente. Muti. Indignati a intermittenza e incazzati a targhe alterne. Ci fosse stato di mezzo Berlusconi, ma pure Renzi, sarebbero andati in piazza con gli occhi iniettati di sangue e la Carta sguainata in mano come un paletto di frassino pronto a conficcarsi nel cuore del vampiro incostituzionale.

Contro la riforma Renzi scesero «eroicamente» in campo 56 intellettuali che, armati di penna, firmarono l'ennesimo appello contro lo scempio delle istituzioni. E ora? Manco uno straccio di appello, nemmeno un post-it di indignazione o un'immagine del profilo facebook che puntualizza «non nel mio nome!». Cambiato governo, hanno cambiato idea. Onida, Zagrebelsky, Baldassarre, De Siervo e soci. Tutti zitti. Nemmeno Travaglio proferisce parola. Staranno incartando i regali di Natale, probabilmente. O forse è perché non osano attaccare il moloch grillino?

L'unico che parla è colui il quale dovrebbe stare zitto. Giorgio Napolitano (nel tondo). Secondo il Corriere della Sera, il presidente emerito avrebbe espresso «profondo allarme per l'umiliante condizione riservata al Parlamento». Lui, che ha infangato il voto di milioni di italiani, disarcionato un premier (Silvio Berlusconi) espressione di una maggioranza regolarmente eletta e lo ha sostituito con un premier (Mario Monti) paracadutato dal nulla e, non sia mai che non riuscisse a mettere insieme il pranzo con la cena, lo ha pure nominato senatore a vita. In realtà forse è proprio lui il più titolato a parlare. È un po' come se uno scassinatore professionista di fronte a due ladruncoli alle prime armi dicesse: eh no ragazzi, così non va bene, vi spiego io come si fa. Alla fine, come sempre, tutto torna.

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