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"Incertezza sulle tariffe". Tutti i cda americani riuniti pure nel weekend

La Corte non ha affrontato il tema dei rimborsi, 120 miliardi: lo 0,5% del Pil. Timori per la riapertura delle Borse

"Incertezza sulle tariffe". Tutti i cda americani riuniti pure nel weekend
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Per qualche minuto, venerdì, nei cda americani si è respirata aria di tregua. Poi sono arrivate le mail, le call con i legali, i modelli finanziari riaperti nel weekend. La decisione della Corte Suprema di annullare i dazi fissati nel Liberation Day da Donald Trump, e il suo rilancio con nuove tariffe globali al 15%, non ha riportato certezza nel sistema: ha solo spostato il terreno dell'incertezza. E alla riapertura delle Borse l'interrogativo non è più se i dazi finiranno, ma quale forma prenderanno e quanto costeranno. Oggi, quando suonerà la campanella di Wall Street, gli operatori dovranno misurare la fiducia nella prevedibilità delle regole e decidere se leggere la sentenza come l'anticamera di una nuova stagione di protezionismo.

La confusione è tanta anche perché la Corte non ha affrontato la questione se e in quale misura gli importatori abbiano diritto a rimborsi. La materia tornerà ora ai tribunali di grado inferiore. Parliamo di circa 120 miliardi di dollari, pari allo 0,5% del Pil Usa, e senza indicazioni operative molte società ritengono di dover continuare a pagare. Il sollievo iniziale si è così trasformato in un limbo strategico. La sentenza chiude una disputa legale, ma ne apre almeno tre economiche: i rimborsi saranno automatici o serviranno azioni individuali? Quanto tempo occorrerà per recuperarli? E soprattutto: quali nuovi dazi potranno essere introdotti?

La reazione di Trump obbliga le imprese a ragionare in uno scenario di instabilità regolatoria permanente. Per i mercati significa volatilità, per le aziende pianificazione quasi impossibile. La filiera è lunga, i contratti eterogenei, le responsabilità difficili da attribuire e le controversie potrebbero protrarsi per mesi, se non anni, con benefici limitati per i consumatori.

Ieri sulle pagine del Wall Street Journal è stata raccontata questa sorta di "war room" in cui ripiombati i dirigenti delle imprese americane. I manager di Kids2, gruppo di giocattoli e prodotti per l'infanzia con sede ad Atlanta, hanno passato parte del fine settimana a sintetizzare le 170 pagine della sentenza. L'azienda stima rimborsi potenziali per circa 15 milioni di dollari e ha già ceduto metà del valore atteso a un hedge fund, che finanzierà anche eventuali azioni legali. Ciò significa che l'incertezza sui tempi è tale da rendere preferibile monetizzare subito parte del credito, anche a sconto.

Le più attrezzate sono le multinazionali: molte dispongono ormai di modelli algoritmici capaci di simulare in poche ore l'impatto di una sentenza o di un nuovo schema tariffario. La politica commerciale è entrata stabilmente nei fogli di calcolo dei direttori finanziari. È il caso di Chicken of the Sea International, che ha pagato oltre 10 milioni di dollari di dazi sul tonno importato dall'Asia e ridotto la produzione in uno stabilimento della Georgia da cinque a quattro giorni alla settimana. Anche Tilit, marchio di abbigliamento professionale, ha delocalizzato parte della produzione da Cina a Messico e Colombia, aprendo uno stabilimento in Egitto. Ora valuta se tentare un'azione per recuperare i dazi pagati su un ordine speciale aumentato del 40% rispetto al preventivo iniziale. Ma adeguare una catena di fornitura richiede tempo.

E per alcuni è già troppo tardi: alla californiana Nils Skiwear, attiva da quasi mezzo secolo, i dazi hanno aggiunto circa 200 dollari al prezzo di un parka. La linea 2026-2027 è stata già sospesa e adesso i vertici stanno pensando di vendere l'azienda.

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