Cronaca nera

"Io, affidata ai satanisti. Anni di violenze subite e denunce mai ascoltate"

La ragazza violentata dal patrigno e dai suoi complici: "Loro protetti, c'è qualcosa sotto"

"Io, affidata ai satanisti. Anni di violenze subite e denunce mai ascoltate"

«Non venire creduta mi faceva sentire ancora più in balia dei miei aguzzini. Sentivo che potevano farmi quello che volevano mentre la procura di Siena assisteva al mio massacro ogni quindici giorni. Non è stato per errore o per incapacità. C'è sotto qualcosa. E spero che un giorno debbano renderne conto anche loro».

Per anni le sue denunce finivano in nulla. Anzi, a venire intercettata e perquisita era lei: come se fosse una mitomane, come se le sue accuse - precise, circostanziate, riscontrate - contro la banda di stupratori satanisti di cui era in balia fossero fantasia o calunnie. Adesso, per la prima volta, Miriam parla. Da Siena il fascicolo è arrivato a Milano, il pool antimafia ha incriminato la coppia di coniugi varesini cui nel 1999 - quando aveva diciassette anni - era stata affidata. Il padre affidatario la ingravidò quasi subito. Da lì una catena di orrori. Stupri seriali, riti satanisti, crocifissi capovolti, uomini incappucciati. Quando si rifugiò in Toscana, la localizzarono, la raggiunsero, e l'incubo riprese. Titolare del fascicolo era allora il pm senese Antonio Nastasi: oggi in servizio a Firenze, e divenuto noto per l'indagine a carico di Matteo Renzi.

Uno dei passaggi incredibili di questa storia è che al suo padre affidatario venne concesso dal Tribunale dei minori di riconoscere il figlio avuto da lei. Che effetto le fece?

«Avevo cercato in tutti i modi di oppormi. Rifiutavo il test del Dna. Lui mi diceva: lo prenderemo e faremo a lui quel che facciamo a te. Toccava il bambino come toccava me. Ero annichilita. Quando capii che non lo avrebbero mai fermato mi resi conto di essere persa, impotente. Capii che potevo proteggere mio figlio solo subendo e stando in silenzio».

Intanto quell'uomo continuava a ricevere minorenni in affido.

«Credo che lui fosse agganciato al Tribunale dei minori, che lì ci fosse qualcuno collegato alla sua stessa rete. Per venticinque anni hanno continuato a affidargli ragazzi e ragazze, li toglievano alle loro famiglie per affidarli a quei due. Proteggendo loro, i giudici proteggevano se stessi».

Recentemente il tribunale del riesame ha annullato il divieto di avvicinamento che il pool antimafia di Milano aveva imposto al suo ex padre affidatario e a sua moglie. Ha paura?

«Paura è poco. Sono terrorizzata. Bisogna fermarli. Non lo dico solo per me. Ci sono state altre vittime e altre ce ne saranno. Perché fino ad ora loro sono rimasti intoccabili».

Accanto a Miriam c'è Massimo Rossi, il suo avvocato. Il trolley è pieno di carte che raccontano cose incredibili. La denuncia che arriva a Nastasi e viene registrata come «fatti non costituenti reato». I verbali della sezione di polizia giudiziaria della Procura che accusano Miriam di inventarsi tutto o quasi. Le ferite emerse al pronto soccorso sarebbero «auto-inferte». A marzo 2012 il pm Nastasi la indaga per simulazione di reato. Ma c'è la foto impressionante che una poliziotta scatta alla schiena martoriata della ragazza, flagellata in punti dove nessuno può arrivare da solo. Anche quando Miriam racconta che dopo un nuovo stupro le ricucirono la vagina, la accusano di avere fatto tutto da sola. Ma ecco il verbale di interrogatorio del medico che la visitò al pronto soccorso: «La donna era terrorizzata. Constato una situazione mai vista nella mia professione. Sulle piccole labbra erano presenti quattro legature vicino al bordo». Poteva essersele fatte da sola?. La posizione e la precisione dei punti sulla vulva mi portano ad escludere tale circostanza».

Eppure nulla accade. E mentre la giustizia sta ferma, continuano gli agguati, i sequestri, gli stupri. «Da quella gente, dai miei violentatori, in fondo - dice Miriam - sai cosa devi aspettarti. È da chi mi doveva proteggere che sono stata abbandonata». Miriam non crede che sia stato per caso o per negligenza. E una cosa è certa, perché sta nelle carte delle indagini. Quando la donna si rifugia in Toscana è come se finisse di nuovo in mano al lupo. Uno dei carabinieri mandato a perquisirla la aggancia, lei si fida, lui la mette incinta. Dai tabulati telefonici estratti dai pm milanesi emergono 431 contatti tra il carabiniere e il padre affidatario di Miriam. Quello da cui, dieci anni prima, era iniziato tutto.

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