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Iran, regime diviso. I falchi all'attacco dei pragmatici. Ghalibaf: estremisti

Critiche e pressioni sul capo-negoziatore sul presidente e sul ministro degli Esteri

Iran, regime diviso. I falchi all'attacco dei pragmatici. Ghalibaf: estremisti
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Negoziatori contro intransigenti. Pragmatici contro falchi. "Traditori" contro "estremisti". Il braccio di ferro tra Iran e Stati Uniti intensifica la spaccatura interna ai vertici della Repubblica islamica. Una frattura confermata dai commenti apparsi sulla rete intranet iraniana controllata dal regime, Eitaa, e rilanciata nelle ultime ore anche da indiscrezioni sui contenuti di un incontro tra il capo-negoziatore dell'Iran, Mohammad Ghalibaf, e alcuni suoi consiglieri. Durante la riunione, hanno riferito fonti ben informate ai media di opposizione, il presidente del Parlamento di Teheran avrebbe usato parole forti contro chi si oppone a un accordo con gli Stati Uniti, definendoli "estremisti" e accusandoli di utilizzare la tv di Stato e di mobilitare l'ala più intransigente del regime per intensificare l'opposizione ai negoziati e a un possibile accordo.

Ghalibaf non può certo essere considerato una colomba, piuttosto un "conservatore pragmatico", come lo definiscono in molti, un leader che considera le trattative non come una resa ma come la continuazione del conflitto attraverso altri mezzi, come ha affermato lui stesso. Il capo-negoziatore dell'Iran sostiene ci sia "un solo campo di battaglia: quello per i diritti dell'Iran, che può essere perseguito sia con mezzi militari sia con la diplomazia". Una parte del regime è saldamente con lui, non a caso Ghalibaf guida le trattative. Eppure negli ultimi giorni gli attacchi nei suoi confronti si sono moltiplicati. Sulla rete interna Eitaa (attiva nonostante il blocco del web in vigore da 52 giorni nella Repubblica islamica) c'è chi lo accusa di "tradimento" e chi inneggia alla sua fine e a quella degli altri negoziatori. "Morte a chi scende a compromessi", scrive qualcuno, "non c'è niente di buono nei negoziati se non il danno", aggiunge qualcun altro. Un account collegato a Saeed Jalili, ultraconservatore membro del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano, gli ha anche dato del "cospiratore golpista" e ha invitato la Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, a chiarire la sua posizione sui negoziati, per chiarire davvero se chi è alle prese con le trattative agisca davvero dietro la sua autorizzazione. Parole che hanno spinto Ghalibaf a difendere nuovamente i negoziati in una lunga intervista in tv qualche giorno fa, in cui ha sostenuto che i colloqui siano un modo per consolidare i successi militari e tradurli in risultati politici e in una pace duratura.

Come lui, nel mirino sono finiti anche il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, e il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi. Il primo ha ribadito la sua linea nelle scorse ore: "La guerra non giova a nessuno e, pur rimanendo fermi sulle minacce, bisogna percorrere ogni via razionale e diplomatica per ridurre le tensioni con gli Stati Uniti", anche se "vigilanza e diffidenza" con Washington sono una "necessità innegabile", ha ammesso. Durante una visita al ministero della Giustizia, Pezeshkian ha avvertito delle carenze nei settori dell'energia e dei carburanti, ma su X ha accusato Washington di volere la resa dell'Iran, precisando che "il popolo non si piegherà alla forza".

Sulla graticola c'è inoltre il ministro degli Esteri Araghchi, dopo il tweet con cui venerdì scorso ha annunciato la riapertura dello Stretto di Hormuz, seguita alla notizia della tregua siglata fra Israele e Libano. In molti non gli hanno ancora perdonato di aver concesso a Donald Trump la possibilità di festeggiare, cantare vittoria e mostrare forza annunciando che il controblocco americano sarebbe invece rimasto vigore.

Non a caso Ghalibaf, parlando ai suoi consiglieri, ha paventato l'ipotesi che sia lui sia Araghchi possano essere rimossi dal loro incarico. Tutti e tre sanno che nei negoziati con gli Stati Uniti, l'Iran si gioca il futuro e loro il proprio destino politico.

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