La stretta di mano tra Abbas Araghchi e Vladimir Putin segna molto più di un incontro diplomatico: è il tentativo di ridefinire gli equilibri energetici e militari del pianeta. Da Teheran, la linea è ormai chiara. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, è diventato il fulcro di una strategia che intreccia pressione militare, innovazione giuridica e diplomazia multilaterale. In questo schema, la Russia rappresenta il principale partner politico, ma con Teheran vogliono parlare anche Emmanuel Macron e Keir Starmer. Araghchi, durante il colloquio di due ore con Putin a San Pietroburgo, ha evidenziato "una partnership strategica di altissimo livello", destinata a rafforzarsi. Poi ha punzecchiato Trump smontando l'auto-narrazione del tycoon come "vincitore", sostenendo che Washington non avrebbe raggiunto alcun obiettivo. "Per questo si trova a chiedere un dialogo, ha fatto fallire i precedenti colloqui". Dal Cremlino, Putin si propone come garante di una soluzione "che risponda agli interessi di tutti i popoli della regione". Tradotto: la Russia è pronta a legittimare una nuova architettura di controllo dello Stretto disegnata dall'Iran.
Il cuore della novità diplomatica è la proposta iraniana di introdurre tariffe per "servizi specifici" alle navi in transito. Non un pedaggio, vietato dal diritto internazionale, ma un sistema compatibile con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Teheran gioca su una sottile distinzione giuridica: l'articolo 26 della convenzione vieta pagamenti per il semplice passaggio, ma consente compensi per servizi come sicurezza, pilotaggio o assistenza tecnica. È su questa ambiguità che si costruisce l'offerta iraniana, pensata per raccogliere fondi e, al tempo stesso, ottenere un riconoscimento internazionale del proprio ruolo. Il piano viene sviluppato insieme all'Oman, che controlla la sponda meridionale dello stretto. L'obiettivo è presentare l'iniziativa come multilaterale, cercando il sostegno dell'Onu e dell'Organizzazione Marittima Internazionale, che ricorda come non esista "alcuna base legale" per imporre tariffe alle navi che transitano.
Ancora più rilevante è il contenuto politico della proposta avanzata agli Usa, mediata dal Pakistan, e presentata cinque minuti prima che Araghchi vedesse Putin. Teheran si dice pronta ad allentare il controllo sullo Stretto e favorire la ripresa del traffico marittimo, ma pone una condizione: la fine del blocco navale, rinviando per ora il confronto sul dossier nucleare. Una mossa tattica, che punta a sbloccare rapidamente la crisi economica e militare, rinviando il tema più divisivo.
Il Parlamento discute un disegno di legge che mira a istituzionalizzare il controllo dello Stretto da parte delle forze armate. L'esercito diventerebbe l'autorità formale della via d'acqua, con il potere di vietare il transito a navi considerate ostili. Non solo: i proventi derivanti dai servizi verrebbero incassati in rial, rafforzando la sovranità economica del Paese in un contesto di sanzioni.
La narrativa insiste sulla legittima difesa, richiamando l'articolo 51 della Carta Onu. Per Teheran le restrizioni non costituiscono un blocco, ma una misura preventiva. Il rischio è la creazione di un precedente pericoloso: se accettato, potrebbe ridefinire le regole globali del traffico marittimo.