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Italia, falsa partenza. Il primo caso di doping è una biathleta azzurra. Passler "nipote d'arte"

La 24enne emergente fermata per Letrozolo. Lo zio, il primo sul podio nella disciplina nell’88, sarà tra i volontari ad Anterselva

Italia, falsa partenza. Il primo caso di doping è una biathleta azzurra. Passler "nipote d'arte"
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Tutto il mondo è arrivato sotto la Madonnina. Presidenti, cerimonie, inni, riflettori. Ma a bucare il silenzio olimpico, alla vigilia dei Giochi di casa, non è stato l'applauso della Scala. È stato il rumore secco del doping. Secco, improvviso, implacabile. Come i colpi che si sparano con la carabina. Rebecca Passler, classe 2001, uno dei nomi più promettenti del biathlon azzurro, lo sport dello "scia e spara", è il primo caso di positività dell'Olimpiade italiana. Un primato che pesa come una colpa collettiva e che cade nel momento peggiore possibile: a pochi giorni dalla cerimonia di apertura, con l'Italia sotto osservazione mondiale. Il controllo, effettuato da Nado Italia, ha rilevato la presenza di letrozolo, una sostanza vietata, utilizzata in ambito medico soprattutto per la cura del carcinoma mammario, ma tristemente nota nello sport per i suoi effetti sul sistema ormonale. Il letrozolo appartiene alla classe degli inibitori dell'aromatasi di terza generazione: riduce gli estrogeni e favorisce un aumento degli ormoni steroidei, con benefici diretti su forza e recupero muscolare. Non solo. È considerato anche un farmaco "occulto", capace di mascherare l'assunzione di steroidi anabolizzanti senza lasciare tracce evidenti. Una sostanza che non ammette leggerezze, né equivoci, né distrazioni.

Per la delegazione azzurra è un fulmine a ciel sereno. Passler, cresciuta ad Anterselva proprio la vallata che ospiterà le gare olimpiche di biathlon viene immediatamente esclusa dalla squadra. Il Coni si limita a una nota di circostanza. "La Fisi - dice Flavio Roda - sta approfondendo l'accaduto, intendendo supportare la propria atleta in tutte le sedi opportune". Ma la ferita è profonda e difficilmente rimarginabile. L'Italia perde un'atleta e, soprattutto, credibilità. Il precedente più famoso risale al 2017, quando Sara Errani risultò positiva alla stessa sostanza e si difese parlando di contaminazione accidentale. Anche allora la giustizia sportiva internazionale non fece sconti: il Tas di Losanna allungò la squalifica a dieci mesi.

I precedenti olimpici azzurri non aiutano a minimizzare. A Sochi 2014 fu William Frullani, nel bob, a finire nella rete dei controlli; a Rio 2016 toccò a Viktoria Orsi Toth, esclusa dai Giochi per clostebol. La storia insegna che l'Olimpiade non perdona. Qui, però, c'è anche un peso simbolico che va oltre il singolo caso. Rebecca Passler è nipote di Johann Passler, leggenda del biathlon italiano, primo azzurro a salire su un podio olimpico, a Calgary 1988, due bronzi che hanno fatto scuola. Lui oggi è ad Anterselva da volontario, come molti ex campioni, pronto a "servire" i Giochi nel luogo che considera "lo stadio più bello del mondo".

Lei avrebbe dovuto viverli da protagonista, alla sua prima Olimpiade. Reduce dai due migliori risultati della carriera, l'11esima piazza nella mass start di Le Grand Bornand e nella sprint di Oberhof, Passler aveva appena acceso una luce. Ora quella luce si spegne di colpo e lascia spazio al sospetto. Perché nello sport di vertice ogni miglioramento improvviso chiede spiegazioni. Milano-Cortina non è ancora iniziata e già deve fare i conti con la sua ombra più scomoda.

In un Paese che ospita i Giochi per mostrarsi al

mondo, il primo messaggio è il peggiore possibile. La festa olimpica parte con una crepa evidente. Perché lo sport può anche perdonare l'errore, ma non tollera l'inganno. E questo rumore, più delle fanfare, resterà a lungo.

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