L'addio amaro al "gusto pieno della vita"

Gli spot del liquore simbolo del boom italiano dagli anni '70 fino ad oggi

L'orologio di Andy Garcia, sfilato dal polso e adagiato sul tavolo, batte «il gusto pieno della vita» 50 a zero. È trascorso infatti mezzo secolo dalla dolciastra (benché venisse pubblicizzato un amaro) réclame anni '70 dell'Amaro Averna all'odierno spot del celebre liquore siciliano, ambasciatore dello spirito (anzi, dello spirit) italiano nel mondo. Con la scomparsa di Francesco Claudio Averna, 66 anni, ex presidente dell'omonima società produttrice del «noto amaro» (dal 2014 di proprietà del gruppo Campari) si sbriciolano anche i residui frammenti di un'Italia da cartolina seppiata. L'etichetta elegantemente demodè ha sempre retto ai capricci del restyling fighetto, diversamente dalla pubblicità televisiva che ha dovuto giocoforza adeguarsi ai tempi. Un processo di modernizzazione di video-advertising che ha segnato il passaggio dall'Italia del boom economico a quella dello sboom tecnologico. Epoche geologiche contrapposte cui ha fatto da cesura uno dei jingle più azzeccati e longevi nella storia di Carosello: «Amaro Averna...il gusto pienooo della vitaaa...». Claim non più cantato a squarciagola, ma solo discretamente evocato per iscritto nel finale dell'attuale spot con Andy Garcia che, dopo pranzo, invita i suoi ospiti a slacciarsi gli orologi e a deporli sul tavolino della terrazza. Il più giovane dei commensali chiede stupito: «Don Salvatore, cosa significa?»; e lui: «Significa che il tempo non conta più nulla...e invece di misurarlo ce lo godiamo». Insomma, roba filosofico-matematica. Nulla a che vedere con la giulebbosa poetica finto-chic dello spot anni '70, tutto incentrato su una coppia borghese con aspirazioni aristocratiche immortalata prima nella fase di trasloco nella nuova casa (un attico a... equo canone) e poi nel clou di un patetico party a base di finti ricchi. Il tutto con una sottofondo musicale che - marcando la rigida separazione del ruolo femminile (casaliga-moglie-madre) e di quello maschile (lavoratore-marito-padre) - recitava come segue: «Che donna sei in ogni cosa che fai. La vita è vita insieme a te. E io bevo all'evventura che tra noi non è finita. Al gusto pieno della vita, che con amore mi dai». Peccato che la coppia si sia poi separata nel giro di pochi mesi. Colpa del terribile maglione di lei o della dozzinale stampa di Klimt che lui attacca con inspiegabile orgoglio alla parete centrale del salone.

Ieri il sito dell'azienda era listato a lutto ma orgogliosamente continuava a rivendicare la «storia di successo» dell'amaro: «Una ricetta segreta tramandata di generazione in generazione ed è diventata un classico del dopo pasto italiano». Narra la leggenda che «nel 1868 la ricetta fu data in dono dal monaco Girolamo al mercante tessile Salvatore Averna, come gesto di gratitudine per la dedizione dimostrata nei confronti della comunità locale». Salvatore iniziò a produrre l'amaro per i propri ospiti. All'inizio del '900 la ricetta e la produzione passarono al figlio di Salvatore, Francesco Averna, che iniziò a far conoscere il prodotto nelle fiere italiane. Nel 1895 ricevette una medaglia d'oro con il simbolo della casa Savoia. E nel 1912 Vittorio Emanuele III dette ad Averna il diritto di stampare sulla propria bottiglia l'iscrizione «brevetto della Real Casa».

Lo diciamo con un goccio di amarezza: viva la Monarchia!

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