Harold Rhode ha passato la vita a spiegare quello che è così difficile accettare nella cultura contemporanea: la pace non è un obiettivo universale, per alcune culture le priorità non sono il benessere e l'educazione. Allievo preferito del grande Bernard Lewis, anni di studi a Teheran, frequentazione continua dei Paesi arabi e in particolare dell'Irak, ha lavorato al Pentagono come consigliere per la politica e la cultura mediorientale. La nostra antica amicizia ci porta ad analizzare il possibile attacco. "Siamo a una svolta decisiva - spiega Rhode - e anche a un angolo cieco. Gli americani non capiscono perché le cose non si muovono". Le proposte riguardano uranio, missili balistici e proxy e rischiano di saltare se gli ayatollah procedono a giustiziare i giovani catturati. Trump ha appena detto che sa che l'Iran ha ucciso 32mila dimostranti.
Sarebbe logico che l'Iran abbandonasse le minacce e trattasse. Perché non lo fa?
"L'Iran non è solo minaccioso. Pretende al contempo di dare notizie positive, di annunciare svolte. Gioca nel negoziato secondo la regola mediorientale. Bisogna capire: usa due misure. La prima è quella della forza dell'avversario, la seconda quella della volontà di usarla. La forza la vede esposta; ma vede anche l'incertezza. Trump aspetta, rimanda. Quindi la sua minaccia di azioni mostruose vuole incunearsi nell'incertezza umanitaria tipica dell'Occidente".
D'altra parte però anche Trump gioca sui loro nervi...
"Ma qui viene una convinzione culturale basilare: il mondo musulmano tratta solo quando viene sconfitto. Dopo la fine della guerra il vincitore detterà le condizioni e qui si cercherà di trattare: ma di fatto il perdente dovrà arrendersi e lo sa. Se non lo fa, verrà distrutto. Ci contavano i dimostranti iraniani che dopo la fine della guerra dei 12 giorni sono finalmente usciti allo scoperto mostrando tutta la loro convinzione che ormai il regime fosse finito e stesse per andarsene. Ma Trump ha tardato e le dimostrazioni si sono fermate. Ora vedo che tornano".
Un segno di speranza?
"Sì, quando studiavo all'università di Mashad nel 1978 vidi Khomeini diventare sempre più importante, anche se ancora non era affatto popolare, quanto più la gente si accorgeva che il regime dello Scià non aveva la forza e la volontà di reggersi in piedi. La cultura del più forte è molto importante. Le manifestazioni segnano la debolezza del regime".
Mi sembra che Khamenei non capitoli anche perché crede nella santità della missione del regime, che non cerchi la trattativa perché pensa di incarnare una missione santa.
"Qui ci sono due elementi. Uno, è quello degli interessi mostruosi costruiti in questi anni a suon di miliardi sottratti al popolo, esportati, accumulati che il potere non vuole perdere, e che riguarda una larga parte della piramide sciita. E poi c'è una piccola percentuale di ayatollah molto potente che pensa anche che provocare una conflagrazione sia un fatto positivo perché questo porterà alla venuta del profeta, il Mahdi, che sconfiggerà l'Occidente intero, fino a Roma e a New York, e quindi li porterà alla vittoria. Questi, vogliono la guerra.
Trump che deve fare?
"La parola trattativa non ha senso né con gli avidi delinquenti, né con gli ayatollah fanatici. Prima se ne accorge e meglio sarà.
Il regime deve essere rimosso, il popolo deve decidere il suo futuro. Dopo tanta sofferenza dal 1978, ci sono buone ragioni di sperare che l'Iran possa finalmente cessare di essere una minaccia e unirsi di nuovo alla comunità internazionale, come prima della rivoluzione islamica".