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Landini vuole riesumare la scala mobile

Il leader Cgil propone di far durare un anno i contratti nazionali per recuperare il carovita

Landini vuole riesumare la scala mobile
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Maurizio Landini riesce ancora una volta nell'impresa di trasformare un problema serio in una proposta sbagliata. Di fronte ai dati dell'Inps sulle retribuzioni, il segretario della Cgil ha tirato fuori dal cilindro l'ennesima ricetta ideologica, presentata come modernissima ma in realtà vecchia e contraddittoria. Secondo Landini, "non è più possibile rinnovare i contratti ogni tre-quattro anni" e sarebbe invece necessario arrivare "quasi a una contrattazione annuale dei salari" per garantire il recupero dell'inflazione e tutelare il potere d'acquisto. Un'affermazione che, letta alla luce della pratica sindacale della Cgil, suona quantomeno paradossale.

Da anni, infatti, il principale sindacato italiano denuncia i ritardi nei rinnovi contrattuali, salvo poi esserne spesso protagonista. La Cgil non di rado non firma i contratti, li trascina fino all'ultimo minuto o li chiude quando sono già scaduti da tempo, alimentando proprio quella perdita di potere d'acquisto che oggi Landini dice di voler combattere. In questo quadro, immaginare contratti di durata annuale significa moltiplicare all'infinito le occasioni di stallo e conflitto, non certo offrire certezza ai lavoratori. Altro che soluzione: sarebbe un aggravamento strutturale dei problemi esistenti.

C'è poi una contraddizione ancora più profonda, che Landini finge di non vedere. La contrattazione annuale dei salari, agganciata esplicitamente all'andamento dei prezzi, equivale a riaprire la porta alla scala mobile, cioè all'indicizzazione automatica dei salari al costo della vita. Un meccanismo che l'Italia ha abbandonato dal 1993 e che è l'esatto opposto dell'architettura dell'euro. La Bce fonda uno dei suoi pilastri sulla moderazione salariale per il controllo dell'inflazione, e l'Italia ha aderito all'area euro accettandone regole, vincoli e benefici. Far finta che questo non esista, o peggio proporre modelli incompatibili con quel quadro, non è difesa dei lavoratori: è propaganda.

Lo stesso Landini, del resto, ammette implicitamente che il problema non è solo nei contratti quando parla di "drenaggio fiscale" e sostiene che "quando aumenta il lordo non aumenta il netto ma si pagano più tasse". Una constatazione corretta, che però smonta la sua tesi principale: se il nodo è fiscale, insistere ossessivamente sulla durata dei contratti serve solo a spostare l'attenzione. Ed è curioso che questa denuncia arrivi proprio mentre i dati Inps mostrano che, guardando alle retribuzioni nette, soprattutto quelle medio-basse hanno retto meglio all'urto dell'inflazione grazie agli interventi pubblici e alla riforma dell'Irpef, quasi annullandone l'impatto.

Il rapporto presentato dall'Istituto conferma che tra il 2014 e il 2024 le retribuzioni nominali sono cresciute meno dei prezzi e che, sui minimi contrattuali, il gap con l'inflazione supera i nove punti. Ma evidenzia anche un'altra realtà: i redditi più alti si sono difesi meglio sul mercato, mentre quelli medi e bassi sono stati sostenuti dalla fiscalità generale. Un quadro articolato, che richiederebbe soluzioni altrettanto articolate, non scorciatoie ideologiche.

Non a caso, dal mondo delle imprese arriva un messaggio di segno opposto rispetto alla radicalità di Landini.

Confcommercio ha ribadito la disponibilità a un confronto costruttivo sul potere d'acquisto e sul modello contrattuale, richiamando la "responsabilità condivisa tra le parti sociali" e la necessità di rafforzare la contrattazione collettiva di qualità, contrastando i contratti pirata. Un approccio pragmatico, che guarda alla stabilità, alla produttività e alla crescita, non a un ritorno mascherato a meccanismi del passato.

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