C'è il rischio di cadere in qualche luogo comune ma la tragedia di Crans-Montana racconta di un Paese perfettamente in grado di sopravvivere a un attacco atomico ma incapace di evitare che alcune candeline, che avrebbero dovuto rendere il Capodanno felice, lo trasformassero nello strazio di queste ore. Così è la Svizzera, fino a ieri modello organizzato e inappuntabile oggi quasi impotente e incapace di gestire un'emergenza. Fino a ieri, appunto, "Svizzera" ma oggi anche un po' Italia, Spagna , Grecia... cioè Paese vero e reale con le sue imprudenze, le sue irregolarità, con la sua sciatteria nei controlli che cede alle lusinghe del denaro e chiude un occhio se i titolari di un locale permettono che si riempia ben oltre ciò che si può.
Resta una tragedia assurda che mette fine alla vita di tanti adolescenti vittime di un destino che li ha sorpresi in una situazione di pericolo senza che neppure se ne rendessero conto perché, a quell'età, la vita non è pesante, sembra tutto un gioco dove non ci sono né paure né pericoli e una scala angusta, un'uscita di sicurezza troppo stretta, un soffitto che inizia a bruciare non ti fanno presagire nulla di spaventoso prima che si troppo tardi. Chissà quanti altri Capodanni così in giro per il mondo festeggiati nello stesso modo se non peggio, chissà quanti altri brindisi, balli, risate senza che nulla per fortuna (e solo per fortuna) sia accaduto.
Ma Crans-Montana, non è una Corinaldo qualunque... Crans-Montana è Svizzera. Sì, la Svizzera: precisa, perfetta, rigorosa, linda, neutrale, previdente, inflessibile nelle sue leggi, nei suoi limiti di velocità sulle strade, nel perseguire chi "sgarra" istruendo processi in contumacia anche fuori dai suoi confini. Famosa per avere una copertura di rifugi antiatomici superiore al cento per cento della sua popolazione, grazie a una legge che obbliga la costruzione di rifugi condominiali in ogni nuova abitazione e rifugi pubblici, garantendo un posto per ogni cittadino. Un Paese dove tutti rispettano tutto e dove tutti rispettano tutti, quasi irreale nella sua perfezione. Così si pensava, ma in queste ore quella Svizzera sembra non esistere o forse non è mai esistita. Messa a nudo, sbriciolata dall'ansia, da una normalità tremenda a cui sembra incapace di far fronte, dall'angoscia di padri e madri che cercano, in un terribile fai-da-te, i loro ragazzi e non sanno dove trovarli, in che ospedali andare, a chi chiedere, se sono feriti, vivi oppure "dispersi" che è l'unico modo per aggrapparsi alla vita quando ti sta sfuggendo dalle dita.
Quello che accade è spesso imponderabile al di là delle inchieste che una spiegazione a tutto questo dolore sicuramente la daranno. Ma questo succederà poi. Ora si devono fare i conti con la morte e con il dolore, con la spiacevole sensazione che questo Paese così perfetto e organizzato forse proprio così non era e non è.
Che, proprio come altrove nel mondo è già accaduto, non abbia vigilato come doveva per proteggere quei ragazzi, non abbia previsto, non abbia fatto tutto ciò che andava fatto per impedire che quelle candeline scatenassero quell'inferno. Un Paese che ora forse si rende conto che per vivere e sopravvivere non basta solo avere un bunker antiatomico in giardino.