La corsa è cominciata da mesi, ma la fiammata di ieri mattina in commissione Affari costituzionali della Camera lascia supporre che per la legge elettorale si stia davvero avvicinando il momento dello sprint. Entro massimo due mesi, dunque, vedremo come si concluderà quantomeno il primo tempo di una partita che Giorgia Meloni considera decisiva: il via libera alla Camera di quel proporzionale con premio di maggioranza su cui da tempo insiste la premier, primo passo per poi ottenere - dopo la pausa estiva - l'ok definitivo dal Senato.
Le vibranti proteste delle opposizioni - Francesco Boccia e Simona Bonafè per il Pd, Riccardo Magi per +Europa, Angelo Bonelli per Avs - non sono infatti dovute solo alla volontà della maggioranza di procedere con la discussione generale in Commissione nonostante il testo base sia destinato ad essere sostituito da uno riveduto e corretto, ma anche e soprattutto dalla consapevolezza che il risultato della tornata amministrativa ha dato nuova linfa ai sostenitori della riforma elettorale. L'esito delle elezioni a Venezia, infatti, certifica che - nonostante la batosta referendaria di due mesi fa - ci sono ancora le condizioni per vincere le politiche del 2027.
E oggi la conferenza dei capigruppo della Camera metterà nero su bianco lo sprint, con i presidenti dei gruppi parlamentari di maggioranza che chiederanno di calendarizzare in Aula la riforma elettorale per fine mese, così da poter contingentare i tempi d'esame a luglio e centrare l'obiettivo dell'approvazione in un ramo del Parlamento entro la pausa estiva. Fissare l'approdo in Aula, peraltro, consentirà al presidente degli Affari costituzionali della Camera Nazario Pagano di accelerare i tempi in commissione. D'altra parte, dice il presidente del Senato Ignazio La Russa, "se c'è la volontà politica ci sono anche i tempi" perché "il percorso e l'iter delle leggi prima di tutto sono figli della volontà politica".
Proprio ieri, intanto, si sono riuniti i cosiddetti sherpa di Fdi, Forza Italia, Lega e Noi Moderati per mettere a punto le modifiche da far convogliare nel testo che sostituirà quello ora in Commissione. Tra le novità, l'innalzamento dal 40 al 42% della soglia necessaria a far scattare il premio di governabilità (70 seggi alla Camera e 35 al Senato); l'abolizione del ballottaggio previsto nel caso in cui nessuna coalizione o lista raggiunga la soglia necessaria a ottenere il premio; l'abbassamento del tetto massimo dei seggi che la coalizione che ottiene il premio può raggiungere (da 230 a 220 alla Camera, da 114 a 113 al Senato); una norma che preveda il proporzionale puro (quindi la non assegnazione del premio) nel caso in cui le elezioni restituiscano due maggioranze diverse alla Camera e al Senato.
Il timing, dunque, resta quello che Meloni aveva pensato inizialmente, ragione per cui si è deciso di evitare gli emendamenti di maggioranza, una strada che renderebbe impervio chiudere l'iter in Affari costituzionali entro fine giugno per poi passare all'Aula. E sempre per una questione di tempi, ma anche di equilibri interni alla stessa maggioranza, si è preferito per ora tralasciare il grande nodo, quello delle preferenze fortemente volute da Meloni ma non da Forza Italia e Lega. Se ne riparlerà direttamente in Aula, dove non si potrà sfuggire al voto segreto. Tutti ragionamenti fatti con l'incognita di Roberto Vannacci. Il 14% portato a casa a Vigevano, comune di 60mila abitanti e centro industriale di livello nazionale, ha infatti terremotato la Lega nella provincia di Pavia. Certo, è un voto che non ha alcuna valenza statistica, essendo l'unico comune dove Futuro nazionale si è presentato.
Ma se il dato dovesse essere anche solo in parte confermato su scala nazionale dai sondaggi dei prossimi mesi, con la legge elettorale che vuole il centrodestra si dovrà necessariamente fare una riflessione sull'eventualità di allargare la coalizione.