La ricerca del Papa straniero a cui votarsi è da sempre uno sport molto praticato dalla sinistra italiana. Andando a ritroso le infatuazioni sono state molteplici. Da quella per il sindaco di New York Zohran Mamdani a quella per Kamala Harris; da Bernie Sanders a Yanis Varoufakis, passando per Jean-Luc Mélenchon, Jeremy Corbyn, oppure su un fronte più moderato per Bill Clinton, Barack Obama, Al Gore e Tony Blair.
Oggi il prescelto da parte del centrosinistra, da Elly Schlein come dai 5 Stelle, è il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez. Il "modello spagnolo" è la nuova bussola e il nuovo esempio da seguire. Peccato che alla prova dei fatti Madrid faccia di tutto per smentire colpo su colpo la costruzione italica. Lodato come il leader europeo che dice no Donald Trump e che cavalca l' ambientalismo e fa propria la scelta per l'energia rinnovabile (non senza qualche contraccolpo come il blackout del 28 aprile 2025), nelle ultime settimane la realtà, con una certa ostinazione, si è divertita a complicare la narrazione. Prendiamo la difesa. Mentre il "pacifismo" evocato nel dibattito italiano resta un vessillo identitario, i numeri raccontano altro: nel 2025 la Spagna è stato il Paese europeo che ha aumentato di più la spesa militare. Un balzo del 50%, fino a superare la soglia del 2% del Pil richiesta dalla Nato, una notizia che ieri anche il ministro Guido Crosetto (nella foto) ha rilanciato su X. Così come tutta Fdi. Non esattamente l'immagine di un Paese che ripone le armi in soffitta per dedicarsi esclusivamente alle pale eoliche.
Poi c'è l'energia, terreno ancora più scivoloso. "Comprare gas russo aiuta solo Putin. Più rinnovabili come ha fatto Sánchez" le parole della segretaria del Pd in una intervista a La Stampa. L'idea di una penisola iberica interamente trainata dalle rinnovabili però funziona bene nei discorsi, meno nei sistemi elettrici reali. Perché sotto la superficie verde c'è una struttura molto meno ideologica e molto più pragmatica: circa il 20% dell'elettricità arriva dal nucleare. Sette reattori, silenziosi ma decisivi, che garantiscono continuità quando il sole tramonta e il vento si prende una pausa.
E non finisce qui. Sul gas, altro capitolo sensibile, la linearità si incrina ulteriormente. Mentre in Italia il dibattito politico si muove spesso su posizioni nette dentro o fuori, giusto o sbagliato la Spagna si muove in modo più elastico: ha aumentato in modo significativo le importazioni di gas naturale liquefatto russo, collocandosi tra i principali acquirenti europei. Non proprio l'immagine di un sistema già emancipato da Mosca.
Il risultato è una fotografia meno romantica e più realistica: una Spagna che investe nelle rinnovabili, sì, ma senza rinunciare al nucleare; che parla di transizione ecologica, ma nel frattempo compra gas dove conviene; che sostiene l'Ucraina, ma aumenta la spesa militare come mai prima. In altre parole, un Paese normale.
Ed è forse questo il punto che sfugge nel dibattito italiano: i modelli non esistono in versione pura. Esistono compromessi, adattamenti, contraddizioni. Esiste la fatica di tenere insieme sicurezza energetica, sostenibilità e vincoli geopolitici. Tutte cose poco adatte agli slogan, ma indispensabili nella realtà.
Così il "modello Sánchez" funziona benissimo finché resta selettivo. Diventa più complicato quando lo si prende sul serio. Perché a quel punto emerge una verità meno rassicurante: non è un manifesto ideologico, ma un equilibrio pragmatico. E gli equilibri, si sa, non fanno mai grande scena nei comizi.
Alla fine, più che un
santino, quello spagnolo sembra uno specchio. Riflette una politica che decide caso per caso, senza troppe rigidità. Il problema è che gli specchi, a differenza dei santini, mostrano anche quello che non si vorrebbe vedere.