L'Etiopia scatena l'esercito. Cade la capitale dei ribelli

Una quarantina di italiani sono intrappolati nel Tigray. I salesiani: "Noi restiamo con chi soffre"

L'Etiopia scatena l'esercito. Cade la capitale dei ribelli

«Le comunicazioni sono interrotte, la situazione è molto brutta. I nostri confratelli a stento riescono a trovare cibo per nutrirsi ogni giorno e hanno con loro una trentina di aspiranti studenti in missione». Tre giorni fa don Angelo Regazzo, missionario salesiano ad Addis Abeba, lanciava l'allarme all'agenzia cattolica Sir riferendosi ai religiosi di Don Bosco intrappolati nel Tigray. Ieri sono iniziati i bombardamenti sulla capitale «ribelle», che l'esercito vuole conquistare dopo oltre tre settimane di offensiva. Il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha annunciato che l'esercito è entrato nella città di mezzo milione di abitanti.

Almeno una ventina di italiani sono stati evacuati la scorsa settimana e altri quaranta rimangono nelle zone di combattimento del Tigray. Soprattutto locali che hanno la cittadinanza, ma pure missionari salesiani, suore e volontari laici nella grande missione di Adua, città conquistata dai governativi. Debretsion Gebremichael, leader del Fronte di liberazione popolare del Tigray, ha denunciato che Macallè è sotto «pesanti bombardamenti» dalla dieci di ieri mattina. Il generale Hassan Ibrahim ha promesso di conquistare la città «su tutti i fronti».

I salesiani hanno 25 missionari nel Tigray, compresi due italiani, impegnati soprattutto nell'educazione di 5mila bambini in quattro località: Macallè, Adigrat, Shire e Adua. Padre Regazzo ha parlato di confratelli «che vendendo una cosa o l'altra riescono a trovare almeno da mangiare. Devo dire che non se la passano bene: alcuni sono stati aggrediti anche dai ladri che portano via tutto, persino le gomme delle auto». A Macallè c'è la scuola Don Bosco, ma anche un'importante ospedale finanziato dall'organizzazione no profit Hewo di Modena. Oltre a una fabbrica di Calzedonia chiusa a causa dei combattimenti con sei dipendenti italiani evacuati la scorsa settimana e rientrati in Italia.

«L'ospedale, che garantisce 28mile visite all'anno, continua a funzionare - spiega Giancarlo Bertacchini - Sta assistendo molti feriti senza fare distinzioni». E si trova nel sobborgo di Quiha vicino all'aeroporto sulla strada dal passo dell'Amba Alagi, una delle direttrici dell'offensiva dell'esercito etiope.

La fabbrica di Calzedonia occupava duemila dipendenti e adesso si temono danni e saccheggi. Sei dipendenti italiani sono stati evacuati assieme ad altri connazionali del Tigray, secondo una fonte attendibile 36 in tutto. Si sono ritrovati proprio nel club di Macallè del gruppo tessile di Verona per partire, il 16 novembre, con un convoglio di circa 200 stranieri, che ha ottenuto un corridoio umanitario per evacuare dal Tigray. La colonna si è mossa con i tonfi delle bombe che cadevano poco distante da Macallè. Nella capitale del Tigray c'è anche uno dei tre cimiteri coloniali italiani della regione, proprio all'interno dell'area universitaria colpita dagli attacchi aerei.

La missione più grande è gestita dalle suore salesiane e si trova ad Adua conquistata il 20 novembre dai governativi. «Restiamo a fianco della popolazione di Adua, non lasciateci soli!» è l'appello lanciato dalla fondatrice, suor Laura Girotto, suo malgrado bloccata in Italia. Nel Tigray in guerra sono voluti restare oltre alla consorelle straniere, due suore italiane, una novantenne e cinque volontari laici che portano avanti i progetti dell'ospedale e nel campo agricolo sostenuti dall'associazione Amici di Adua di Ferrara. I conti bancari sono bloccati, il gasolio per i generatori scarseggia e manca l'elettricità.

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