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Letta saluta e lascia un partito diviso in due. Il futuro dell'ex segretario resta un mistero

La stilettata alle correnti: "Troppo tempo passato a gestire vicende interne"

Letta saluta e lascia un partito diviso in due. Il futuro dell'ex segretario resta un mistero

Lo sguardo di Enrico Letta, mentre saluta la segreteria dem, è un magnete d'incertezza. L'ex premier ha fatto sapere che la sua vita da lunedì sarà «normale». La declinazione effettiva di questa «normalità» non è chiara. Dalle parti del Nazareno c'è chi giura che Letta sia destinato a rimanere un deputato semplice. Alle elezioni europee del 2024 manca un anno e mezzo: una candidatura al Parlamento di Strasburgo e Bruxelles è al momento un'eventualità. «Ma no - ci racconta un'ex parlamentare - è molto più probabile che Letta si dedichi al campo internazionale». In quale tassello specifico? «Non ne ho idea». La verità è che la successione a Jens Stoltenberg come segretario generale della Nato è meno di una suggestione. L'Italia ha ottime probabilità di esprimere il favorito ma Letta non sembra il nome giusto, specie con un governo di centrodestra (che in caso dovrebbe sostenerlo). Ecco perché l'ipotesi che torni a insegnare in qualche prestigiosa Università non viene scartata dagli stessi suoi compagni di partito.

Intanto l'arrivederci: «L'augurio a chi mi succederà è che abbia la possibilità di fare meglio di quanto ho fatto io. Sarò li ad aiutare discretamente dal mio posto, senza sgomitare. Ci sono stati mesi in cui, anche io personalmente, sono stato oggetto di mille ironie, di mille critiche...». Poi un pizzico di lamentela: «Ho passato troppo tempo a dover gestire le vicende interne, chi mi succederà spero che abbia le condizioni di occuparsi soprattutto di quello che succede fuori, nella società».

La diagnosi prevede dunque accuse di correntismo quale giustificazione delle sconfitte. «Queste primarie - ha continuato Letta - sono una scelta di unità. Il Pd esce più unito. Chi parla di scissioni partecipa solo a un gioco da Transatlantico». In realtà, tra i dem c'è proprio chi pensa che Letta lasci in eredità un partito spaccato a metà. Da una parte c'è un Pd filogrillino, filocontiano, aperto al rientro della «ditta» e schiacciato verso un'impostazione tutta diritti civili e radicalismo di massa. Un emisfero ben rappresentato dalla Schlein. Dall'altra c'è un Pd con una visione riformista, molto distante dai toni e dalle istanze del Movimento 5 Stelle, allergico all'ipotesi del ritorno a casa dei dalemiani e persino disposto a collaborare su alcuni temi con il governo in carica. Un emisfero, solo in parte, rappresentato da Stefano Bonaccini, che in realtà ha già manifestato velleità da «campo largo».

Questa spaccatura è, al netto dell'esito delle primarie, il lascito lettiano. E sempre questo è il vero nodo che dovrà provare a sciogliere il prossimo segretario del Pd. Letta può continuare senza pretese il suo mandato da parlamentare, attendere il rinnovo del Parlamento Ue per sbarcare di nuovo in Europa o puntare a un incarico accademico per dribblare la politica (chissà poi per quanto tempo): il futuro, a differenza del passato, è ancora in chiaroscuro. Il mandato da segretario dem è invece archiviato e lapalissiano: le parole più ricorrenti sono state «sconfitta» e «spaccatura».

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